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Tutte le strade portano a Xi

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02.05.2026

La Cina sta trovando il modo di guadagnare dalla crisi: da settimane è un crocevia diplomatico apprezzato per la sua “stabilità” e, sul piano produttivo, continua a fare scuola all’Ue. Il petrolio resta un problema, ma riserve strategiche e terre rare sono un vantaggio decisivo.

La tesi è suggestiva e vanta parecchi sostenitori: la guerra in Iran sarebbe solo un tassello del Grande gioco di questo millennio, il confronto tra Stati Uniti e Cina. Il conflitto farebbe parte infatti di un preciso piano strategico di Washington teso ad indebolire Pechino. Prima la caduta di Bashar al-Assad in Siria, che ha reciso un nodo importante lungo la nuova Via della seta verso il Mediterraneo, poi il cambio di regime in Venezuela e infine l’attacco all’Iran, due Paesi fornitori di greggio alla Cina. Il tutto condito da dazi e minacce di sanzioni. Obiettivo: strangolare il Dragone. Ma se davvero è questo l’intento degli americani, la loro strategia sta avendo successo? O è invece il loro nemico a usare questa crisi per spostare gli equilibri a proprio favore, dall’energia alla diplomazia, fino alle tecnologie del futuro?

Partiamo dal petrolio. La Cina è il primo importatore mondiale di greggio e dipende in modo strutturale dai barili che arrivano dall’estero. Teheran e Caracas nel 2025 le hanno garantito circa il 17% degli acquisti totali di oro nero di, una bella fetta. Quello che però la Casa Bianca tende a dimenticare è che il Paese non arriva a questa crisi a mani vuote. Negli stessi anni in cui Washington costruiva la propria strategia di sanzioni e blocchi, dall’altra parte del Pacifico si realizzava qualcosa di meno visibile ma altrettanto strategico: un muro di barili. Nel biennio 2025‑26 la capacità di stoccaggio è stata potenziata e sono entrati in funzione o sono in costruzione undici nuovi hub che aggiungono quasi 170 milioni di fusti di riserve. Tra gennaio e agosto 2025, il Paese ne ha accumulati circa 900 mila al giorno in scorte, trasformando quasi un milione di bidoni quotidiani destinati sulla carta al mercato globale in petrolio “congelato” nei propri serbatoi, mentre i prezzi salivano. E poi l’aumento delle forniture da Russia, Indonesia e Malesia ha in parte compensato il deficit provocato dal blocco di Hormuz, limitando il calo delle importazioni complessive di greggio al 2,24%. Certo, l’incremento del prezzo degli idrocarburi fa male anche all’economia cinese, ma non la mette in ginocchio.

Soprattutto, la crisi iraniana offre alla Repubblica Popolare l’occasione di presentarsi come attore razionale che resiste, gestisce lo choc e tesse una rete diplomatica mentre gli altri sparano. Due mesi fa, il ministro degli Esteri Wang Yi aveva promesso che il 2026........

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