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La frustrazione di Powell e il rischio di una guerra di valute Usa-Cina

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23.08.2019

Il commento

La frustrazione di Powell e il rischio di una guerra di valute Usa-Cina

di Danilo Taino23 ago 2019

La «confessione» di Jerome Powell va presa molto seriamente. Aprendo i lavori del seminario della Fed a Jackson Hole, il presidente della banca centrale americana ha ammesso che la politica monetaria non può fare molto per limitare gli effetti negativi sull’economia di una guerra commerciale. Le economie degli Stati Uniti e del mondo sono di fronte a una situazione che non si era creata da decenni: uno scontro fatto di tariffe e contro-tariffe tra Stati Uniti e Cina (l’ultimo caso ieri, poche ore prima del discorso di Powell, quando Pechino ha annunciato dazi sulle importazioni americane). Certo, la Fed può intervenire a favore dell’occupazione e della crescita se rallentano – ha rimarcato Powell - ma rispetto a questa situazione di scontro commerciale «non ci sono precedenti recenti». Si procede senza una bussola.

Frustrazione, insomma, quella del presidente della Federal Reserve e, si può affermare, quella di un po’ tutti i banchieri centrali. Dopo un decennio di interventi creativi per portare le economie fuori dalla crisi del 2008, i maggiori governatori del mondo – Stati Uniti, Eurozona, Regno Unito, Giappone – si trovano ad avere usato gran parte delle loro munizioni mentre si entra in una fase non prevista di scontro politico e commerciale tra le due maggiori potenze economiche proprio quando l’economia globale sta rallentando (in Europa più che negli Usa). «Collocare le incertezze della politica commerciale in questa cornice è una nuova sfida», ha concesso Powell parlando davanti agli esperti dell’importante appuntamento annuale di Jackson Hole intitolato non a caso Sfide alla politica monetaria.

Non che il presidente della Fed dipinga le cose a tinte del tutto nere. L’economia americana è in una «posizione favorevole» grazie a un mercato del lavoro dinamico e a forti consumi interni. E l’inflazione sembra muoversi verso l’obiettivo del 2%. Siamo però in presenza di un «ulteriore rallentamento globale», dello scontro sino-americano sugli scambi e di rischi geopolitici accresciuti (Hong Kong, la Brexit, il Venezuela, il Kashmir). Un mondo nel quale gli eventi si rincorrono veloci e, naturalmente, sono spessissimo fuori dalla portata di una banca centrale. La Fed assicura che agirà nel modo più appropriato per mantenere l’espansione (ci si aspetta che alla riunione di settembre tagli il tasso d’interesse di almeno lo 0,25%) ma è chiaro che il controllo sulle grandi economie esercitato negli scorsi dieci anni non è più alla portata dei governatori. Le banche centrali non sono più il solo giocatore in città ma sono tornate la politica e la geopolitica, che sono nelle mani di altri, a cominciare da Donald Trump e Xi Jinping.

Sullo sfondo, un rischio a cui Powell ha preferito........

© Corriere della Sera