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Se anche la Lombardia cede alla logica delle “vite non degne”

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14.03.2026

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Se anche la Lombardia cede alla logica delle “vite non degne”

Caro direttore, da mesi, nel mio ruolo di consigliere comunale, sto facendo un lavoro paziente e spesso invisibile: scrivere agli ospedali di Milano, interpellare i comitati etici, chiedere chiarimenti alla Direzione generale Welfare sul tema del suicidio assistito. Non è stato semplice ottenere risposte chiare. Anzi, spesso è stato difficile ottenere risposte e basta. E voglio dirlo con chiarezza, la Lombardia è una Regione governata dal centrodestra, uno schieramento che sostengo. Ma sostenere una parte politica non significa rinunciare alla responsabilità di segnalare ciò che non funziona o ciò che solleva interrogativi profondi. La lealtà politica non può sostituire la coscienza. Per questo oggi mi hanno colpito molto le dichiarazioni dell’assessore al Welfare Guido Bertolaso, commentando le nuove richieste di accesso al suicidio assistito sulle pagine del Giornale, ha parlato di una vita diventata «inaccettabile sotto tutti i profili». Ed è proprio quel “sotto tutti i profili” che inquieta. Ed è proprio qui che si svela il cuore vero della questione. Quando iniziamo a stabilire che esistono vite “inaccettabili”, vite “non degne”, vite che non meritano più di essere vissute, entriamo in un terreno pericolosissimo. Non è più solo una questione giuridica o sanitaria. È una questione culturale, antropologica, umana. È la logica della cultura dello scarto. Una cultura in cui alcune vite vengono considerate “meno vita”. Una cultura in cui la risposta alla sofferenza non è accompagnare, curare, sostenere, ma eliminare la sofferenza eliminando la persona. E ciò che colpisce ancora di più è che spesso questo avviene mentre il sistema delle cure palliative, che dovrebbe essere la prima risposta alla sofferenza estrema, resta insufficiente, disomogeneo, talvolta difficilmente accessibile. In questi mesi, attraverso le richieste di accesso agli atti che ho presentato, è emerso anche un altro elemento interessante: in diversi casi, persone che avevano inizialmente intrapreso quel percorso hanno poi scelto di accedere alle cure palliative. Questo dice qualcosa di molto profondo. Nei momenti di sofferenza più grande ciò di cui le persone hanno bisogno non è essere lasciate sole davanti al dolore, ma essere accompagnate. Perché essere soli davanti alla sofferenza non è libertà. Il dolore, quando diventa estremo, può arrivare quasi a far odiare la propria vita. E la solitudine amplifica tutto questo. Per questo la domanda che dovremmo farci, prima ancora di parlare di suicidio assistito, è un’altra: abbiamo davvero fatto tutto il possibile per curare? Per alleviare il dolore? Per garantire l’accesso alle cure palliative? Per sostenere anche le famiglie e i caregiver che spesso portano un peso umano enorme? Se anche solo una di queste risposte fosse carente — o peggio negativa — è lì che la politica deve intervenire e assumersi la propria responsabilità. Perché se una persona arriva a chiedere la morte mentre le alternative di cura e accompagnamento non sono pienamente garantite, il rischio non è più la libertà di scelta, ma una forma silenziosa di induzione. C’è poi un punto giuridico che non può essere ignorato. La Corte costituzionale ha stabilito che il Servizio sanitario deve valutare la sussistenza dei requisiti nelle richieste di suicidio assistito. Ma non ha mai stabilito che il sistema sanitario debba dare esecuzione a quella richiesta. Anzi, la Corte è stata molto chiara, non esiste un diritto al suicidio assistito erogato o finanziato dal sistema sanitario regionale. E allora la domanda diventa inevitabile: quando oggi l’assessore Bertolaso parla di accesso al suicidio assistito e di utilizzo del farmaco letale, chi sta pagando tutto questo? Con quali procedure? Con quale copertura giuridica? È una questione di trasparenza istituzionale prima ancora che di posizione politica. E confesso che, davanti a queste discussioni, mi sorge sempre anche un dubbio scomodo: che in fondo non assistere possa diventare, per il sistema, anche un grande risparmio economico. Un peso tolto. È un pensiero che inquieta, ma che non possiamo ignorare. Io continuerò a fare quello che sto facendo da mesi: fare domande, chiedere trasparenza, pretendere risposte chiare dalle istituzioni sanitarie. Non per ideologia. Ma perché il valore della vita — di ogni vita — non può essere misurato dal suo livello di autonomia, di efficienza o di “accettabilità”. Una società si giudica da come accompagna chi è più fragile. Non da quanto velocemente decide che non vale più la pena accompagnarlo.Deborah Giovanati

Egregio direttore, quello che Le scrive è padre di una figlia di 24 anni, attualmente in cura presso lo studio privato di una psicologa. Nulla di grave, di questi tempi alzi la mano chi non ne sentirebbe il bisogno. La volevo portare a conoscenza del fatto che dal mese di settembre 2025, con tanto di domanda protocollata nella sede INPS di zona, mia figlia attende il contributo “bonus psicologo” emanato dal Governo Draghi e portato avanti dall’attuale Governo di Giorgia Meloni. Malgrado i numerosi solleciti fatti, tutti in forma scritta e diligentemente protocollati dall’ufficio INPS, a tutt’oggi non abbiamo ricevuto nulla. Nel nostro caso, il contributo ammonterebbe a 1000 euro, secondo tabella ISEE di riferimento. Contributo che in teoria, secondo le regole del Decreto, dovrebbe essere versato dalle casse INPS sul conto corrente di famiglia, e successivamente girato alla psicologa stessa, che provvede ad emettere fattura zero. Fin qui non fa una piega. Le sembra ragionevole che, alla luce di quanto detto finora, si debba attendere così tanto? Le faccio altresì presente che chi Le scrive è un genitore mono-reddito, con moglie casalinga e una figlia universitaria che al momento non lavora. Tempi moderni, difficili, ma di bonus neanche l’ombra. Lettera firmata

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