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Lapo Baroncelli, la sfida dell’industria: “Riconvertire aziende moda nel comparto della difesa”

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10.03.2026

Lapo Baroncelli, neopresidente di Confindustria Toscana Centro e Costa ospite de La Nazione per la prima intervista dopo l'elezione ufficiale

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Firenze, 10 marzo 2026 – La reindustrializzazione della Toscana è al primo punto della sua agenda da neo presidente di Confindustria Centro e Costa, insieme al difficile tema-casa, ma è sul grande tema delle riconversioni che Lapo Baroncelli batte un colpo con un’idea concreta. «In Confindustria stiamo portando avanti un progetto per aiutare il distretto della moda in crisi legato al reshoring della difesa».

«Abbiamo grandi industrie del comparto difesa che dovranno aumentare la loro presenza e rappresentano un volano importante per il territorio. Stiamo pensando ad aziende della manifattura che possano riconvertirsi su lavorazioni specifiche legate appunto al sistema difesa, all’aerospazio, alla security. Dipende dalla possibilità di riadattamento dei macchinari ma può essere un’opportunità. Questo significherebbe salvare posti di lavoro e investire sulla produttività».

La guerra non comporta conseguenze soltanto su petrolio o gas. La zona è strategica per l’export e tra le regioni più esposte c’è la Toscana dove le esportazioni verso il Medio Oriente valgono 4 miliardi, il 2,94% del Pil. Come intervenire?

«Siamo preoccupati, al netto dell’export, c’è un enorme problema di sicurezza, i nostri imprenditori che hanno stabilimenti nei paesi dell’area colpiti dalla crisi hanno avuto difficoltà a contattare i propri collaboratori, ci siamo attivati subito con uno sportello per dare assistenza attraverso le ambasciate. Per il resto senza scenari futuri prevedibili è difficile fare programmazione d’impresa».

Avete avuto segnalazioni di rincari?

«Sì, sull’energia: è un problema che non è mai stato risolto, il fatto che il petrolio torni a prezzi importanti preoccupa».

Gli economisti Marco Buti, Stefano Casini e Alessandro Petretto hanno presentato il “Manifesto per la reindustrializzazione della Toscana” che invita a ritrovare, in una fase di stagnazione dell’economia, un modello di sviluppo. Lei che progetto ha in testa?

«Il tema della reindustrializzazione è il focus di questa presidenza. Gli ultimi 40 anni abbiamo assistito alla diminuzione del Pil collegata al decremento del tessuto industriale, il problema è anche l’attrattività di un territorio. E perché sia così ci deve essere una visione, non più fiorentinocentrica ma che coinvolga tutta la città metropolitana, per lavorare su nuovi insediamenti produttivi a volumi zero, con soluzioni abitative calmierate per i lavoratori».

Territori in particolare?

«Se dio vorrà il nuovo aeroporto sarà fatto e verrà liberata dall’inquinamento acustico tutta la fascia di atterraggio verso Signa: in quella zona si può lavorare sulle riconversioni di immobili esistenti e su abitazioni per i lavoratori attraverso investimenti privati con vincolo temporale per avere canoni calmierati».

Basterebbe questo per reindustrializzare l’area?

«Agli investitori va garantita stabilità delle procedure».

Sburocratizzare. È un richiamo al governo regionale?

«Partirei dai singoli comuni ma in generale la politica deve cambiare approccio: gli investimenti sono fondamentali a patto che ci sia sicurezza e tempi certi per le autorizzazioni».

La fabbrica e la casa. Sembra un ritorno agli anni ’60…

«Non pensiamo all’industria con la ciminiera e il fumo. Qui si parla di stabilimenti con manifattura hi-tech».

Ma ci crede sul serio alla reindustrializzazione?

«Non abbiamo scelta se non arrenderci alla rendita e alla massificazione del turismo o ci vogliamo provare?».

La reindustrializzazione passa per le infrastrutture. Dopo vent’anni il progetto del nuovo masterplan dell’aeroporto prende forma. Ci sono comuni in rivolta per l’impatto ambientale e alcuni ritengono che lo scalo serva a portare altri turisti in una città già ingolfata. L’infrastruttura aiuterà l’impresa?

«L’aeroporto è di interesse strategico per il territorio e per l’attrattività degli investimenti: non è un tema turistico ma di business. Dobbiamo garantire che si atterri sempre e in sicurezza. Sul tema dell’impatto ambientale la società ha messo sul piatto investimenti mostruosi e ci sono studi che riconoscono come il nuovo masterplan migliorerà, se non azzererà, l’impatto. Non ho alcun dubbio: l’aeroporto è un’infrastruttura necessaria come lo sono la stazione per l’alta velocità, la Darsena Europa e il nuovo ponte di Massa Carrara».

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Sì, manca anche la terza corsia dell’A1 e la Fi-pi-li è ridotta male. Quanto incidono queste difficoltà sulle imprese?

«Tanto, sui costi, sul trasporto delle materie prime. Il progetto va visto come un unicum: se c’è la darsena Europa ci deve essere un collegamento e un’infrastruttura come la Fi-pi-li non garantisce i collegamenti».

E’ d’accordo con il progetto della Regione: Fi-pi-li con il pedaggio?

«Il pedaggio è l’ultima delle soluzioni. Prima bisogna investire sull’infrastruttura per adeguarla e poi dopo si pensa al pedaggio che deve sostenere le manutenzioni, non l’investimento».

Terza corsia è ancora strategica?

«L’asse viario principale è quello che passa da Empoli che è un distretto importante quindi se mi chiedete quale sia l’urgenza è sicuramente la Fi-pi-li».

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I cantieri per la nuova Acciaieria Green a Piombino potrebbero partire entro fine anno. Un investimento da 2,5 miliardi di euro. È la volta buona per far ripartire il polo siderurgico?

«Sicuramente sì, anche perché c’è un progetto serio e ambizioso con progetti e investimenti importanti e manodopera specializzata che non deve andare persa».

Livorno ha due rigassificatori, uno al largo della città, uno a Piombino, che assicurano tra il 15 e il 20% del fabbisogno nazionale di gas, parliamo di cifre enormi. Possibile che le industrie del territorio non abbiano qualche ricaduta positiva in termini di costo dell’energia?

«No, perché il vero problema è pensare che non siano necessari. Se quelli non ci fossero quanto costerebbe allora l’energia?».

Il rinnovo del piano regolatore portuale di Massa sta facendo discutere: gli ambientalisti e i comitati sono contrari perché l’ampliamento del porto porterà, secondo loro, a una maggiore erosione della costa causata dalla modifica delle correnti marine e a un impoverimento del turismo e della qualità della vita del litorale. Le associazioni delle imprese e i terminalisti dello scalo invece chiedono più spazi. Cosa ne pensa? Come far coesistere queste realtà considerato che l’ultima modifica allo scalo risale al 1981?

«Penso che sia imprescindibile il riadeguamento e il nuovo scalo, imprescindibile la possibilità di mantenere su quel territorio quelle imprese. Adesso è facile spostare un’attività e se non ci sono infrastrutture idonee quelle attività se ne vanno. Non c’è nemmeno da pensarci, come dicono in molti l’infrastruttura era necessaria ieri. Siamo in ritardo».

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Come su tanti progetti…

«Mai stati messi veramente a terra. Quando si dà avvio a un’opera, bisogna contemplare tutti gli aspetti valutativi. Guardi l’alta velocità: prima è stata iniziata e poi fermata. Servono i tempi industriali e invece si sono fatti perdere decenni di competitività ai territori».

Il settore del marmo da anni è al centro di una guerra fra imprese, istituzioni e cittadini. L’estrazione è un’attività invasiva regolata da numerose leggi e regolamenti regionali e comunali. Sulle regole del marmo sono intervenuti tutti, dalla Regione alla Corte Costituzionale al Governo ai tribunali ordinari, senza parlare del Tar. Come porre fine a questa pioggia di ricorsi e riportare la pace sociale in una città che ancora attende le ricadute dal suo settore principale?

«Proprio perché sono intervenuti tutti non intervengo io».

Il settore moda viene da anni di crisi. La guerra adesso frena ancora il mercato soprattutto nei Paesi del lusso. Quali misure sono necessarie? E come favorire un maggior dimensionamento delle imprese che favorisca la sopravvivenza?

«Occorre qualità misurata: le aziende devono rivedere i modelli produttivi in base ai consumi cambiati e ai mercati che si stanno trasformando. Le guerre non aiutano ad avere le previsioni e quindi non è facile adeguare i sistemi di produzione, la dimensione del mercato però va rivista».

Cosa può fare l’associazione per favorire le fusioni?

«Le aggregazioni sono il futuro delle piccole imprese. Il nostro mestiere è avvicinare e formare gli imprenditori a un cambio di approccio, ad aprirsi verso le fusioni. C’è sempre una resistenza. E’ un limite del nostro territorio, in Lombardia sono molto più propensi ma ci sono eccellenze che rischiano di scomparire, anche perché manca il passaggio generazionale».

Baroncelli, lei che storia professionale ha alle spalle?

«Sono un imprenditore di prima generazione, non ho un passato industriale, vengo dalle attività ricettive e da un percorso con una piccola società di investimenti che ha proprio lo scopo di aggregare piccole realtà e filiere del territorio per costituire aziende ad alto valore aggiunto. Il percorso in Confindustria mi è servito per formare la cultura di impresa».

Servono ancora le realtà associative?

«Sono importanti se si tolgono i personalismi e si ha la capacità di fare squadra. Non è più il tempo delle associazioni di un uomo solo al comando».

Turismo e blocco degli affitti brevi. È d’accordo con la stretta della Regione e del Comune di Firenze?

«Il freno non si mette con i divieti ma con una pianificazione. Gli obblighi normativi non servono se non si ha una visione chiara di come si vuol gestire il turismo nel futuro».

E come andrebbe gestito?

«Decidendo un posizionamento chiaro della destinazione Firenze rispetto ad altre realtà mondiali: vogliamo un turismo slow oppure una città per turisti che possono spendere?».

«Vista la criticità dimensionale del centro serve attirare turisti che si fermano più giorni e spostare i flussi».

«Facciamo un museo di arte contemporanea alle Piagge. Quando a Bilbao fecero il Guggenheim funzionò».

«Non sono grande tifoso ma ovviamente la Fiorentina».

«Lo sport va inteso come industria dello sport, ho dato una delega a un membro della squadra perché è un asset importantissimo ma va fatto, nella sua interezza, come è stato pensato».

«Sulle risorse ci dobbiamo lavorare tutti, ognuno per la propria parte».

Chi voleva vincesse Sanremo?

«Non l’ho visto ma tifavo Carlo Conti».

Quale libro ha sul comodino?

«Ho una pila di libri di cui non riesco a leggere che le prime due-tre pagine perché mi addormento. L’ultimo è Sherlock Holmes».

Ha mai preso la tramvia?

«Sì, spesso perché sono stato sempre abituato a utilizzarla avendo vissuto tra Londra, Dubai, Valencia e Shangai».

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