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Taqiyya: la putrefazione morale della sinistra corporativa

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23.03.2026

È una tornata elettorale storica per il Paese. Un’occasione enorme per modernizzarlo. E c’è una certezza: chi vota “Sì” onora e consacra la possibilità accordatagli dalla Carta di diventare legislatore costituzionale, rifiuta di preservare lo status quo, realizza il principio del giusto processo, contrasta chi oggi si fa alfiere morale di un arroccamento corporativo e contribuisce all’allineamento ordinamentale statale alle moderne democrazie liberali europee.

Quel che è apparso evidente durante tutta la campagna referendaria è stato il contrasto metodologico dell’approccio al dibattito tra il fronte del Si e quello del No: se da un lato, il primo, ha condotto una campagna elettorale all’insegna del tecnicismo e delle implicazioni giuridiche che animano il Testo di riforma, dall’altro gli imam del correntismo e le utili pedine utilizzate da Anm nell’opera di difesa della casta hanno reso il clima incandescente diffondendo una serie infinita di menzogne che hanno sempre esulato dall’analisi obiettiva del contenuto.

In questo clima pesano le responsabilità di alcuni frontman del No, quelli pescati in procura tra le file correntizie e che qualche tempo fa erano ben rappresentate all’hotel Champagne o quelli, tremanti, reclutati tra i banchi dell’opposizione parlamentare che hanno inteso questa lotta come intestina e l’hanno personificata sull’altare dell’accreditamento di tipo morale: è grave e pericoloso sostenere che a votare “Sì” sarebbero solo i delinquenti o i mafiosi; o, per meglio dire, che le brave persone schierate a favore della riforma esprimano lo stesso volere dei mafiosi e degli imputati. Sono parole che offendono milioni di cittadini. E sono parole che evidenziano quanta ragione abbiamo a sostenere questa riforma e a voler separare anche gli approcci giuridici all’interno della magistratura: in questa esibizione indegna, il superpoliziotto da processo inquisitorio dimentica infatti il secondo comma dell’articolo 27 della Costituzione Italiana e tende ad adagiarsi sul preconcetto strutturale secondo cui l’imputato è colpevole in re ipsa. E dimentica anche che i condannati per mafia non godono del diritto di voto, in questa nostra Italia.

Chi alimenta menzogne e allarmismi deve assumersi la responsabilità politica e morale del clima che si è creato. Hanno soffiato sul fuoco, lo hanno fatto con un metodo diabolico: spararla più grossa possibile, inquinando il clima e il dibattito; e mentre il fronte del “Si” ha tentato di smontare tecnicamente la fandonia, piede sull’acceleratore per buttarne nel calderone sensazionalistico una ancora più grossa ed esasperata. Ci hanno provato mischiando la separazione delle carriere con la separazione delle funzioni; hanno sganciato la bomba di un fantomatico controllo politico sulla magistratura e ˗ visto che il dato normativo parla chiaro ed esclude nella maniera più assoluta questa eventualità (il primo comma dell’articolo 104 resta immutato) ˗ si sono dovuti attaccare alle leggi ordinarie d’attuazione (che ancora non esistono). Un processo alle intenzioni o una innata capacità di prevedere il futuro. Ridiamo.

Addirittura, qualche ciarlatano ha parlato di attacco alla democrazia e di intoccabilità della Costituzione (furono proprio i padri costituenti a contemplare le modifiche di cui la Costituzione avrebbe avuto bisogno per adattare le norme principio al panta rei socio-politico della società moderna); c’è persino un noto procuratore che si è esibito in una minaccia di ritorsione nei riguardi delle firme di una testata schierata per il Sì. È successo di tutto. Far west della mistificazione.

Ma per Mefisto, questo, si chiama populismo. Ha i toni moralistici delle patenti d’accreditamento sociale, fa leva sulle paure delle persone per tirare acqua al proprio mulino, anche a costo di inventare di sana pianta concetti che nulla c’entrano con la riforma. È la menzogna perenne di chi sta combattendo per mantenere lo status quo, per mantenere un privilegio di categoria: quello di tenere sotto scacco i magistrati e il sistema giustizia con le logiche delle correnti politiche.

In ogni caso, sebbene sia vox clamantis in deserto quella che urla la trasversalità politica di una riforma nata lontana dall’appartenenza partitica e che davvero non ha colore politico, le cose vanno dette per come stanno.

L’attuale sistema di unificazione delle carriere di magistrati giudicanti e requirenti in un unico Consiglio Superiore (l’organo di governo autonomo che la Costituzione prevede per cementificare il principio di indipendenza della magistratura, garantendo la separazione dei poteri ed impedendo eventuali ingerenze politiche) ˗........

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