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L’impossibile “pace disarmante” di Leone XIV

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L’articolo che Andrea Riccardi ha dedicato, sulle colonne del Corriere della Sera del 31 dicembre 2025, al messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata mondiale della pace 2026, mette in guardia dal rischio di sottovalutare una posizione che appare “controcorrente”. La figura “mite e gentile” di Leone XIV può infatti indurre a “passare oltre, distratti, come fosse una parte che deve recitare”, ma si tratterebbe di un errore di prospettiva. La formula pronunciata dal Pontefice fin dalla sera della sua elezione, l’8 maggio 2025, quando dalla Loggia delle Benedizioni aveva annunciato la sua intenzione di testimoniare “una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante”, costituisce il nucleo di una denuncia articolata con crescente radicalità: quella di un “pensiero unico” che domina oggi il dibattito pubblico, dove “chi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici”.

Il Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, pubblicato l’8 dicembre 2025, sviluppa questa linea partendo dalla scena evangelica in cui Gesù ordina a Pietro di rimettere la spada nel fodero, frase che, lungi dall’essere mera immagine edificante, “archivia secoli di guerre religiose e manifesta sospetto verso le armi”. Ma la predicazione non rimane sospesa nell’astrazione: viene registrato con precisione l’aumento del 9,4 per cento delle spese militari nel 2024, denunciato “il crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole”, osservata la diffusione di una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza” che sostituisce quella “cultura della memoria” capace di custodire “le consapevolezze maturate nel Novecento” senza dimenticarne “i milioni di vittime”.

L’analisi raggiunge il proprio acme quando giunge al cuore dell’argomentazione papale. Come “i ripetuti appelli” al riarmo “sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui”, così Leone XIV risponde che “la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”. In un mondo armato e preparato allo scontro, il Papa teme il manifestarsi del “fatto imprevedibile”, quella scintilla che, come un fulmine in un cielo gravido di tempesta, può innescare l’incendio planetario. Di fronte alla politica del “tutti contro tutti”, con istituzioni multilaterali “deperite”, la Chiesa si presenta come una grande “internazionale” disarmata ma “conscia di un’autorità”, il cui messaggio matura “nell’ascolto dell’umanità, attraverso una miriade di comunità ovunque diffuse”.

È a questo punto che Riccardi solleva l’obiezione più ovvia: “Ma non è troppo generale? Non si dice da chi viene la minaccia che obbliga a scelte... Non è una visione buonista e sopra le parti?”. La risposta consiste nella riaffermazione di un principio lapidario: “La bontà è disarmante”. Questa formula assume un significato denso nella misura in cui implica l’esistenza di una forza propria della bontà, di una capacità di trasformazione che non si fonda sulla minaccia né sulla coercizione. Viene rifiutato esplicitamente quello che viene definito “il realismo della guerra” come “quadro in cui pensare il futuro”, osservando che “non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza”. A questo si contrappone “la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale”, una via che viene riconosciuta come “smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti”, ma che proprio per questo........

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