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L’errore liberale

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04.05.2026

Noi liberali rimproveriamo l’ascoltatore per un suo errore. E così abbiamo commesso errori per decenni: di messaggio e interlocutore

Quando il liberalismo classico spagnolo spiega la propria debolezza storica, di solito cerca altrove la causa. Incolpa l’interventismo, la cultura dei sussidi, un paese restio alla competizione e cittadini che nutrono preferenze contraddittorie. L’accusa non è infondata. Secondo il Centro di Ricerca Sociologica (CIS) spagnolo, il 77,1 per cento degli spagnoli ritiene che il paese spenda troppo poco per la sanità; tuttavia, un’analisi incrociata dei microdati del medesimo CIS mostra che solo il 7,7 per cento di coloro che chiedono maggiori investimenti nella sanità crede anche che gli spagnoli paghino troppo poche tasse.

La diagnosi è in gran parte corretta. Ma all’interno del più ampio spazio liberal-conservatore, anche il liberalismo classico è in errore, e in tre modi distinti. Invia un segnale che si scredita da solo; inquadra il suo messaggio senza considerare come questo venga recepito; e, nella sua versione più radicale, idealizza un mercato che non esiste.

Il primo errore è ridurre il liberalismo a una mera posizione fiscale. Quando si parla solo di sprechi e tagli alle tasse, il cittadino non percepisce “meno privilegi”, bensì “non voglio pagare”. Il dibattito finisce prima ancora di iniziare. Gli elettori non valutano la logica di un argomento indipendentemente da chi lo propone. Prima valutano chi parla, poi decidono se ascoltare. Le tasse possono essere confiscatorie. Ma trasformare questa possibilità in una premessa universale conferma il sospetto che il liberale classico neghi di aver ricevuto qualcosa dagli altri. Che il liberalismo sembri rivolgersi a un ascoltatore che separa il messaggio dal messaggero. Pochi veri ascoltatori lo fanno. Una volta intuito che chi parla non vuole contribuire, smettono di ascoltare.

Un secondo errore, tipico della corrente più dogmatica, è quello di presumere che i cittadini siano in grado di comprendere l’argomentazione astratta a favore della libera contrattazione. Non lo saranno, e la ragione è, in fondo,........

© L'Opinione delle Libertà