L’arte del Ventennio, mosaici del Volo visitabili. Un patrimonio ‘dissonante’
I mosaici in bianco e nero risalgono agli anni Trenta e celebrano il volo, dai progetti di Leonardo ai record di velocità
Nei giorni delle polemiche sulle suggestioni monumentali transatlantiche (con l’Arco di Trionfo trumpiano), in Emilia-Romagna il convitato di pietra resta Benito Mussolini, fisicamente rintracciabile, in un patrimonio di razionalismo forlivese che potremo definire “dissonante”, nei mosaici del Volo ora visitabili.
Si tratta di centoduemetri di tessere in bilico tra tecnologia e celebrazione aero-futurista progettati negli anni Trenta nell’ex Collegio Aeronautico. Un gioco di bianconero (non a caso rimando intrinseco al sistema binario, alla dicotomia dei destini, alla narrazione antico/moderno e bene/male) che riaccende un dibattito mai risolto: ha senso valorizzare, studiare, recuperare un patrimonio delle atrocità? Può l’arte essere trasformata e riletta? Rischia, con la cura, di essere celebrato l’orrore?
L’antifascismo è un valore non negoziabile. Ma l’iniziativa forlivese – terra da decenni alle prese con gadget predappiesi di ogni tipo, sentenze discordanti sui saluti romani, liti sui richiami al presente, interrogativi su città di fondazione e case natali – dove ci porta? Si può affrontare un percorso che da Icaro e Fetonte arriva fino a Leonardo e alle più obbrobriose campagne militari fasciste, mentre anche nel nostro Paese ci sono segnali di estremismo preoccupanti, ad esempio fra molti ragazzini? Ha senso, infine, la proposta che da decenni anima le discussioni di un museo a Predappio che storicizzi il fascismo? L’ex sindaco (Pd) Giorgio Frassineti raccolse critiche sia a destra che a sinistra: nulla di fatto.
Le risposte tendono sempre a essere in bianconero, come le tessere dei mosaici del Volo. Amplificate dalla capacità trasformativa e urbanistica del regime in queste regioni (come ha notato anche lo storico ed ex sindaco di Forlì Roberto Balzani) e, successivamente, dalla rassegnazione e dall’ignoranza di diverse generazioni.
Per uscire dalla paura, oltre a confermare con solidità le nostre radici antifasciste, serve uno studio approfondito. E una conoscenza – anche fisica, anche di quel patrimonio “dissonante” – che possa anche divenire vera distanza. Non è un caso che i regimi tendano ad appropriarsi dei simboli del passato (dall’area dantesca di Ravenna fino alla via Emilia a Imola) e, dunque, una democrazia non deve ‘occupare’ anche solo culturalmente quegli edifici e quelle opere, ma formare, approfondire, con la comparazione e con l’analisi. Serve (servirebbe) un lavoro condiviso per una lettura completa, contemporanea, critica. È un dovere prima di tutto verso i giovani.
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