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“Potevo scegliere la politica, Spadolini mi voleva fortemente a Roma: restai all’università di Bologna per servizio e passione”

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28.03.2026

Fabio Roversi-Monaco, rettore dell’Alma Mater dal 1985 al 2000

Articolo: Roversi Monaco, l’università di un’epoca

Articolo: "Roversi-Monaco, il Magnifico". Aneddoti e scelte in un libro

È morto a 87 anni Fabio Roversi-Monaco. Giurista e accademico, rettore dell’Alma Mater di Bologna per 15 anni, al suo nome si intrecciano gran parte delle cronache bolognesi dell’ultimo mezzo secolo. Per ricordarlo pubblichiamo l’intervista concessa al Resto del Carlino il 18 dicembre 2018, quando compì 80 anni.

Bologna – Presidente Fabio Roversi- Monaco, scegliamo un anno per raccontare questi ottanta che oggi raggiunge.

"Alle elezioni politiche ero in lista per i Repubblicani. Ottenni molte preferenze e dopo Oddo Biasini e Bruno Visentin mi trovai il più votato. Potevo andare a Roma poiché Biasini era stato eletto nell’Emilia Nord, Giovanni Spadolini lo voleva fortemente: ma io dissi no”.

"Non avrei lasciato per nessun motivo l’Università e, con essa, la città. Dissi no nonostante forti pressioni”.

Non le piaceva la politica? Vedeva nella politica di ieri quello che molti vedono oggi?

"Il paragone non merita neppure di essere fatto: dagli anni ’60 e all’inizio degli ’80 la politica si fa ceva con grandi valori e grandi personalità erano in campo. La differenza con oggi è marcatissima, sia per cultura sia per onestà. I problemi c’erano anche allora. Di sicuro stava crescendo un senso di disgregazione e di allontanamento fra le regioni, fra Nord e Sud, di cui nessuno per molto tempo si è preoccupato. Io ho scelto di restare all’università per servizio, sì, ma soprattutto per passione”.

Così torniamo al 1983. Di fatto, dopo il no alla politica, inizia la storia di Fabio Roversi-Monaco rettore.

"Fu una scelta difficile. Candidarsi dopo il professor Rizzoli, che era stato un rettore forte, non era semplice. Ma lo feci e io ebbi oltre il 70% alla prima votazione, nel 1985. Questo mi diede una grande spinta”.

Fare il rettore, anzi, fare Roversi-Monaco non deve essere stato facile.

"All’inizio ci fu una fortissima chiusura delle autorità comunali. Nulla mi fu reso agevole: con San- ta Lucia, per esempio, ci fu persino in giunta chi disse ‘Lasciamolo andare, potrà solo sbattere contro un muro’. Un anno e mezzo dopo, però, l’ex chiesa, da oltre un secolo inagibile, fu restaurata e inaugurata da Giovanni Paolo II”.

Il suo è stato il rettorato del fare. Troppo, forse?

"Abbiamo restaurato, sistemato, acquisito, costruito nuovi edifici, decentrati tra Forlì, Cesena, l’Agraria al Caab a Veterinaria a Ozzano. Oltre 1.500 miliardi di lire di interventi: ho avuto la collaborazione degli amministrativi e dei migliori docenti, anche quelli che non mi avevano votato; ho avuto ottimi rapporti con aziende e coop rosse, ci sono lapidi commemorative lasciate da esse che lo raccontano”.

Non tutti però l’hanno amata o la amano.

“Va bene così! Ho sempre operato con decisione, avendo discussioni collegiali e ascoltando tutti, ma decidendo in prima persona. La gestione dell’Ateneo, da parte mia, è stata dura, lo rivendico: ho ricevuto anche delle maledizioni. Ma sono state realizzate con me le sedi decentrate in Romagna, AlmaLaurea e la Fondazione Zeri. Nel 1988 c’è stato il nono centenario dell’Università, un evento grandioso; la Magna Charta con tutte le grandi università del mondo esclusa Harvard; la Bologna declaration nel 1999, un documento fondamentale a livello europeo; l’ObservatoryMagna Charta Universitatum. Quando sono andato via, molti hanno cercato di distruggere ciò che avevo fatto, ma lascio che il tempo parli per me”.

E la sconfitta più grande qual è stata?

"La Staveco, fu una sconfitta terribile, era il 1990-1991. Ebbi uno scontro durissimo con l’allora sindaco Renzo Imbeni, nessun appoggio dalle forze politiche e sociali e tutto naufragò, anche se l’allora ministro competente Formica ci aveva ceduto gratuitamente l’area con decreto”.

"Roversi-Monaco, il Magnifico". Aneddoti e scelte in un libro

C’è un rimpianto nella sua carriera?

"Mi mancavano due anni per concludere il mandato come rettore, era il 1998. Giorgio Guazzaloca mi chiese di candidarmi sindaco in ticket con lui: ne parlammo moltissimo, ma ancora una volta dissi no, perché volevo finire quanto avevo iniziato all’università. Fu lui, poi, a candidarsi e giustamente a vincere. Non voglio dire che anch’io ci sarei riuscito, anzi. Giorgio fu straordinario in quella campagna elettorale. Ma il mio fu un errore”.

Senza quell’errore però non ci sarebbero stati la Fondazione Carisbo e Genus Bononiae.

"Sono stato fortunato, senza farmi influenzare dalla politica, e sono stato perennemente attivo, nonostante forti opposizioni. Sono stati anni di lavoro continuo, massacrante: ma l’ho fatto con grande decisione e serenità, anche se non sono riuscito a coltivare le amicizie come avrei voluto. Il lavoro e la famiglia sono stati il mio primo pensiero, a volte il lavoro è stato anche l’unico”.

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