Non chiamiamolo amore, ma violenza di possesso
L’ennesimo femminicidio, quello di Barberino del Mugello, nella sua dinamica angosciante ci consegna un’immagine estrema ma chiarissima: una donna sequestrata, chiusa in un bagagliaio, legata prima di essere barbaramente uccisa. Ma il sequestro dell’altro può cominciare molto prima e assumere forme meno eclatanti. Accade quando una persona pretende di controllare la vita dell’altra, ne limita le scelte, ne sorveglia gli spostamenti, non accetta un rifiuto, considera intollerabile una separazione. Il punto non è soltanto la libertà: è il modo in cui l’altro viene vissuto.
Nell’amore c’è un “tu” e solo così nasce un “noi”. L’altro è un soggetto, ha desideri propri, pensieri propri, può scegliere diversamente da me. Posso desiderare profondamente che resti, ma continuo a riconoscere che è libero di andare. Nel possesso questo non accade. L’altro viene trasformato in qualcosa che deve servire a me: a rassicurarmi, a riempire un vuoto, a confermare il mio valore, a sostenere un’identità fragile, a proteggermi dalla paura dell’abbandono. Può sembrare amore. Può perfino essere vissuto soggettivamente come amore.
Ma in realtà l’altro non viene amato per ciò che è. Viene utilizzato........
