Decreto bollette, il rompicapo dell’energia: troppi incentivi, poca concorrenza e qualche dubbio
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Decreto bollette, il rompicapo dell’energia: troppi incentivi, poca concorrenza e qualche dubbio
Il provvedimento, che mette mano in un campo dove si sono stratificati in modo inestricabile sgravi e bonus, mostra quanto non sia più rinviabile una revisione del sistema a livello europeo
Lezioni dal rompicapo elettrico. Il sofferto varo del Decreto bollette, ammesso che poi venga approvato nel testo originario (dubitiamo) è foriero di qualche considerazione di carattere generale, peraltro non limitata al settore. Spiega, come prima cosa e quasi plasticamente, quanto sia difficile ridurre in misura stabile il costo dell’energia nell’illusione di non porsi fino in fondo il problema di come la si produca e chi ce la fornisca. Quando ci confrontiamo con Francia e Spagna dimentichiamo, il ruolo che ha, in quei sistemi, il nucleare. Ma fa comodo rimuovere il problema alimentando la fiaba che la transizione si faccia solo con eolico e solare. Ed è indubbio che, nell’apprezzabile intento di alleggerire gli oneri, soprattutto dei cosiddetti energivori si provochi un sostanziale rallentamento del processo di decarbonizzazione. Perché di fatto si introduce un incentivo alla rovescia, ovvero un aiuto all’uso delle fonti fossili. Basta saperlo. Se l’elettricità prodotta con il gas costerà meno sarà probabile che si esporterà di più. E qualcuno all’estero dovrà persino ringraziarci. Il disaccoppiamento tra il prezzo del gas, fonte più costosa che copre il 40% del fabbisogno per la produzione elettrica, e quello delle rinnovabili, più basso, da tutti invocato, assume poi una venatura mitologica se si guarda all’incrocio degli interessi in gioco.
Difendere gli interessi
Oggi tutti gli operatori sono aggrappati in difesa dei propri margini, che dipendono in buona misura dalle infinite distorsioni introdotte nel mercato negli anni. L’ampiezza dei profitti determina il livello della quotazione in Borsa dei gruppi energetici e la corposità dei bonus percepiti dai manager. «Tutto questo è la conseguenza dell’uso alterato del mercato che si è fatto negli ultimi decenni, in particolare dopo la riforma Bersani che aveva tentato di liberalizzare il settore», sostiene Chicco Testa, presidente di Assoambiente. Che cosa significa? Che i protagonisti si sono abituati a fare i conti con meccanismi di tassazione, sgravi fiscali e incentivi che li hanno progressivamente allontanati dalla libera competizione. Certi, tra l’altro, che i loro investimenti siano alla fine spesati dall’ignaro consumatore finale. Anche sul versante della domanda industriale, le aziende energivore, quelle che sembrano le vittime, godono di trattamenti di favore con uno sconto degli oneri di sistema. E a loro volta investono in rinnovabili sfruttando incentivi che pubblicamente condannano. «Ed è curioso — nota Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni — che il Decreto bollette, quasi per una vendetta della storia, abbia penalizzato soprattutto i grandi produttori che in questi anni si sono avvantaggiati di quello che è un oligopolio di fatto. Oggi non possono lamentarsi dell’intromissione della politica dopo averne abbondantemente goduto dei favori. Una sorta di contrappasso dal quale si può uscire solo riducendo le distorsioni, non aggiungendone di nuove».
Gli utenti, un pozzo senza fine
Il governo è armato di tutte le buone intenzioni, ma non è privo di un colossale conflitto d’interesse. Da una parte l’Enel e le principali utilities che peraltro sono quotate e dunque devono rispondere ai loro azionisti. E tra questi, lo Stato e i grandi Comuni. Dall’altra i produttori di rinnovabili che hanno compiuto le proprie scelte sulla base di incentivi assai generosi, per usare un eufemismo, pagati nelle bollette dei consumatori, imprese e famiglie. Sulle spalle di questi ultimi, al di là dell’alleggerimento garantito alle fasce più deboli della popolazione dall’ultimo decreto, vi è la discarica degli oneri di sistema. Il «pozzo senza fine» dentro il quale sono state cacciate le conseguenze di tante scelte legittime quanto obbligate (come i costi dello smantellamento delle centrali nucleari). Il cerchio si chiude spezzando anche l’ultima illusione e cioè che alla fine non vi sia qualcuno che paghi al posto di un altro. «Il divieto di scaricare sul consumatore finale oneri aggiuntivi e aggravi fiscali — precisa Stagnaro -—ha un sapore quasi sovietico e questo è persino paradossale per un governo di centrodestra».
Massimo Sertori, assessore alle Risorse energetiche della Regione Lombardia, è sicuro che l’alleggerimento degli Ets (Emission trade system) per i produttori di elettricità che usano il gas andrà alla fine inevitabilmente a carico del consumatore finale. Il Decreto rischia di mandare all’aria l’accordo fra Regione Lombardia, A2A ed Edison per riservare una quota scontata, fino al 15% della produzione di elettricità, alle aziende energivore in cambio di una proroga delle concessioni (dighe, condotte, ecc.), il cui valore pubblico è abbastanza sottostimato. Il vero nodo, tecnico e politico, è costituito dal sistema Ets e dalla possibilità che Bruxelles accetti la sterilizzazione delle quote pagate per inquinare da parte di chi fa elettricità bruciando gas. «Il sistema — secondo l’opinione di Massimo Beccarello, docente all’Università Milano Bicocca — è certamente da modificare e mi auguro che questa sia l’occasione per spiegarlo a Bruxelles, anche se temo non sarà un percorso semplice in un mercato unico ed integrato, senza la condivisione degli altri Paesi. D’altra parte, l’iniziativa del governo pone un problema reale che è quello della sovrapposizione degli incentivi, sussidi ed Ets, per le rinnovabili alla quale la Commissione non potrà sottrarsi nel dare una risposta. Altro punto importante è la valutazione di come sarà ripartito il beneficio netto. Mentre i benefici sul prezzo all’ingrosso riguardano tutti i consumatori, le componenti parafiscali non sono pagate da tutti allo stesso modo. E mi stupisce dunque che, in fase di approvazione, non fosse disponibile una relazione tecnica di accompagnamento. Avrebbe aiutato a riportare la reazione sul giusto binario. Tornando al merito del problema quando nel 2003 venne introdotto il sistema Ets si pensava dovesse avere due principali scopi. Chi emetteva CO2 utilizzando fonti fossili era costretto ad acquistare i permessi. Il ricavato andava ad azioni di mitigazione o adattamento al riscaldamento climatico. Il secondo obiettivo era l’incentivo implicito, pur nel rispetto del principio di neutralità tecnologica, alla generazione da fonti rinnovabili. Nel 2009 l’Europa si è data traguardi di decarbonizzazione più ambizioni, con il pacchetto delle Direttive 20-20-20, ovvero l’obiettivo di avere entro il 2020, il 20% in meno di emissioni, con il 20% di rinnovabili nel mix energetico e il 20% di maggior efficienza energetica. Questo ha determinato una spinta senza precedenti per elevati sussidi diretti alla produzione rinnovabile. Definirli generosi è persino riduttivo se pensiamo che l’Ebitda, il margine operativo lordo, con il secondo Conto energia, raggiungeva oltre l’80%. Il provvedimento fu sostenuto da quasi tutto l’arco costituzionale e da una parte rilevante del mondo industriale. Una responsabilità collettiva che rende oggi quantomeno curioso vedere gli stessi attori schierati in trincea contro il peso di quegli incentivi, puntualmente riversati in bolletta. Il tema è che la transizione energetica è un obiettivo importante e richiede un uso efficiente delle risorse. Questo punto è richiamato nelle bozze dell’Industrial accelerator act — sarà pubblicato il prossimo 26 febbraio — che colloca finalmente su un piano paritetico, decarbonizzazione e sviluppo industriale, soprattutto con riferimento alle produzioni energivore di base. È su queste distorsioni — come il cosiddetto windfall profit che cumula incentivi pubblici ed extra-rendite di mercato — che oggi si gioca la credibilità europea di una transizione energetica davvero sostenibile, non solo nel presente ma nella capacità di lasciare alle generazioni future un sistema economico competitivo ed efficiente».
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