L’interpretazione dei sogni e dei modelli Isee
Avevo messo la mia camicia di seta preferita coloro oro molto antico, la collana di coriandoli di bronzo e serpente con rubino di Marco, artista orafo raffinato e fuori dagli schemi, e camminando spedita, cappotto e capelli al vento per Via Toledo, mi sentivo bellissima, come quando si è diretti al primo appuntamento col tipo per il quale hai sempre avuto una cotta ma che non ti ha mai filata, e che un giorno inaspettatamente, senza preavviso, ti scrive «Ti ho pensata e tu? Vorrei vederti». L’avevo cercata accuratamente tra tante, tra gli elenchi dell’ordine e le app dedicate, anche col passaparola. Ma niente.Finché Fabio, il mio geniale consulente fiscale - noto operatore Caf di successo, divo osannato dal carattere instabile, dovuto all’esasperazione dell’enorme richiesta di domande pensionistiche improbabili, permessi di soggiorno al limite con la fuga e cessione dei contratti di lavoro di esigenti tate ortodosse - mi disse che, in base alla mia dichiarazione dei redditi, non era tutto perduto.
Sì donna indipendente, sì con tre bambini a carico che in tutto fanno dodici zampe, sì lavoratrice autonoma, sì ottanta metri quadrati d’affitto con terrazzo in centro ma porca miseria il mio bonus psicologico non me lo levava nessuno.Così, dopo aver pensato con un accenno di sorriso nevrotico più simile a una colica, che il mio paese stava accennando un minimo di passo avanti per niente spontaneo verso il ceto medio, improvvisamente, la trovai.Troppo presa da quell’inebriante sensazione che la mia vita avrebbe avuto una svolta - complice Mina con Ancora, ancora, ancora al massimo del volume negli AirPods - non mi resi conto di avere più di mezz’ora di anticipo all’appuntamento con la mia nuova psicoterapeuta, la Dottoressa S. Non un anziano, rugoso e rassicurante capo indiano che fuma la pipa, non un alchimista dall’aria folle e maledetta che prescrive potenti filtri di rinascita a base di litio, e neanche un santone dello yoga al limite estremo che impartisce lezioni alle cinque del mattino, al gelo di un parco pubblico anche d’inverno ma una giovane donna serena, preparata e distaccata.E io c’ero, ero lì, avevo fatto i compiti.
Questa volta niente lacrime, niente rimasugli di fazzoletti radioattivi, niente sensi di colpa, solo un obbiettivo, tre problemi da risolvere e tutti i miei sogni degli ultimi tre mesi annotati con una calligrafia alla Emily Rose ma miracolosamente comprensibili, seppur appuntati nel cuore della notte. Avevo tutto, tanta roba da far arrossire Freud. Avevo materiale radiografato del mio cervello dalla notte dei tempi a quel venerdì mattina. Sarebbe stato per lei un gioco da ragazzi, rapido e indolore, mi avrebbe guarita definitivamente in un paio di sedute. Mi avrebbe detto che era tutta colpa del complesso di Edipo, che il mio ex in realtà era gay e che il mio era solo stress da burnout per una che si è fatta da sola.E invece la Dottoressa S, nella sua poltrona S, del suo studio S a Montecalvario, mi guarda e non parla. Presa dal panico per la probabilità che il mio sogno nel cassetto fiscale si fosse miseramente infranto per non essere incappata nella persona giusta, le chiedo a mezza voce che cosa ne pensasse, di dirmi qualcosa, o almeno di parlarmi di lei. È stato allora che col suo sguardo sibillino e la fermezza di una Sfinge, la Dottoressa S mi ha sorriso, si è alzata e mi ha detto che i nostri quarantacinque minuti erano terminati e che se avessi voluto, ci saremmo riviste il venerdì successivo. Confusa e con evidenti difficoltà a muovermi ordinatamente nello spazio, uscii dallo studio piena di qualcosa che non sapevo definire, qualcosa di simile a un’arrabbiatura. Non ci sarei più tornata.Non sarà stata di certo una sorpresa per lei, ritrovarmi questa volta puntuale il venerdì successivo, senza compiti da casa né obbiettivi prefissati ma con la stessa collana portafortuna, un piccolo Graal di bellezza personale.
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