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Bakari Sako, la notte della vergogna e il bar dell’indifferenza

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18.05.2026

C’è una linea invisibile, ma profonda e netta, che separa la violenza cieca e brutale dalla complicità silenziosa di chi decide di voltarsi dall’altra parte. Nel cuore pulsante e tormentato di Taranto Vecchia, durante la notte drammatica sospesa tra l’8 e il 9 maggio, quella linea invisibile è stata tracciata con il sangue sul pavimento di un bar situato in piazza Fontana. È qui che si è consumato l’ultimo, agghiacciante atto della feroce aggressione ai danni di Bakari Sako, un giovane bracciante agricolo di 26 anni originario del Mali. Il ragazzo, integrato nel tessuto lavorativo locale ma drammaticamente esposto alla vulnerabilità della sua condizione, è stato prima inseguito da un branco spietato, poi brutalmente pestato e infine accoltellato a morte. Ma a scuotere l’opinione pubblica e a fare notizia, oggi, non è soltanto la ferocia ferina degli aggressori, bensì il silenzio agghiacciante di chi ha guardato quella scena e ha preferito cacciare la vittima per proteggere la quiete del proprio esercizio commerciale, piuttosto che tendergli una mano. Questo rifiuto non è un semplice atto di viltà individuale, ma il sintomo vistoso di una mutazione più profonda, un vuoto etico che trasforma i luoghi della socialità in teatri di pura sopravvivenza egoistica.

​La dinamica del terrore si sviluppa alle prime luci dell’alba di sabato scorso, in un’atmosfera spettrale che avvolge le strade storiche della città jonica, dove i contorni monumentali del passato sembrano ormai fare da sfondo a una desolazione dei sentimenti. Bakari Sako viene intercettato e preso di mira da un gruppo punitivo composto da sei persone, che iniziano a colpirlo con inaudita violenza senza un apparente motivo scatenante, se non il pretesto della prevaricazione e dello sfogo rituale. I motivi profondi sono ancora al vaglio degli inquirenti, ma la sequenza dei fatti delinea un vero e proprio pestaggio in piena regola, una caccia all’uomo orchestrata per mortificare il corpo dell’altro. Il giovane maliano, già gravemente ferito, barcollante e sanguinante a causa dei primi colpi ricevuti, cerca disperatamente una via di fuga tra i vicoli labirintici della città vecchia. Quando scorge le luci ancora accese del bar di piazza Fontana, quella porta aperta rappresenta per lui l’ultima, disperata speranza di salvezza e di protezione. In un ultimo, febbrile slancio vitale, Bakari oltrepassa quel confine di luce trascinandosi a fatica, lasciandosi dietro una drammatica scia di sangue che macchia il pavimento, convinto di trovare dentro quelle mura un rifugio sicuro o un briciolo di quella solidarietà umana che un tempo legava i derelitti, ma che oggi appare tragicamente estinta.

​La salvezza, però, dentro quel locale si trasforma rapidamente in un miraggio amaro e spietato, rivelando il volto più crudo di una società che ha smarrito la propria bussola morale. Il titolare del bar, anziché comprendere la gravità della situazione, proteggendo quel ragazzo........

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