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Albert Camus, un rompiscatole contro i nazionalismi

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04.01.2020

Il 4 gennaio 1960 fa moriva Albert Camus: la vita e il pensiero dell’intellettuale franco algerino hanno però ancora molto da dire. Le parole del filosofo varesino Valerio Crugnola

Il 4 gennaio 1960 fa moriva Albert Camus, un intellettuale che fu annoverato tra i grandi del ‘900 mentre era in vita, e che ha poi potuto resistere alla prova del tempo.

Camus fu un maestro non pretenzioso, non immodesto, sottotono, mai con la presunzione del pulpito del prete: non fu un maître à penser, come si usava dire allora per quei filosofi francesi che volevano a tutti i costi poter dire sempre la loro parola sul mondo e timbrare con il proprio marchio ogni manifestazione della cultura.

Anche se incompiuto (la morte lo colse tragicamente a 47 anni), Camus resta un grande scrittore, un pensatore del massimo interesse e una figura che, almeno come postura intellettuale e comportamenti pubblici, può ancora essere una fonte di ispirazione.

Non è questo lo spazio per ricostruire e valutare l’opera letteraria e l’azione pubblica di Camus. Mi limiterò a estrarre, con la metafora della musica, due “accordi” da un “tema” che Camus ha svolto qua e là in qualche sua “composizione”.
Il primo accordo riguarda un passaggio di una sua intervista che possiamo interpretare oggi come suo manifesto politico e testamento esistenziale. «Visto che poche epoche richiedono come la nostra che ci si faccia eguali al meglio come al peggio, mi piacerebbe non eludere nulla e conservare intatta una doppia memoria. Sì, c’è la bellezza e ci sono gli........

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