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Il diritto internazionale travolto dalla forza nuda

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Un seicentesco filosofo della politica, che del potere e della sua organizzazione, a dir di tutti, se n’intendeva abbastanza bene, tal Thomas Hobbes, aveva a suo tempo rilevato come il perpetuo desiderio di mutamento, per dir così, la costante ricerca di novità e di piacere e, soprattutto, l’assenza d’un termine ultimo che potesse far da freno alle bramosie umane, era la radice d’un egoismo, tendenzialmente senza limite, quello prospero nello stato di natura.

Per uscire da quello stato – egli sosteneva – gli uomini avrebbero dovuto seguire criteri di razionalità, ed accordarsi intorno a due-tre cose: cercar la pace; rinunciare alle proprie sconfinate pretese, cioè a dire, rinunciare a credere d’aver diritto su tutto; stare ai patti (pacta sunt servanda), nel senso che alcune regole di fondo non mai avrebbero potuto essere poste in discussione.

Al rispetto di queste condizioni avrebbe dovuto badare lo Stato, costituito dagli individui proprio con questo scopo. Le sue idee hanno poi germogliato, si sono perfezionate, hanno avuto molte forme di realizzazione, le più avanzate delle quali si sono ispirate, da Kant in poi, all’intento di promuovere e favorire la formazione d’un ordine mondiale a correzione di quegli egoismi che dall’individuo – come Hobbes aveva chiaramente indicato – rischiassero di trasferirsi negli Stati.

Insomma, che i difetti dei singoli si trasformassero, come si erano andati trasformando, in difetti dell’entità collettiva nazionale. È dunque da credersi che l’attuale fase storica presenti un regresso rispetto a certi........

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