La sfida degli anime in Italia: diventare mainstream senza perdere la propria identità
In un’intervista esclusiva a Panorama, Gita Rebbapragada, Chief Marketing Officer di Crunchyroll, racconta il futuro degli anime in Italia e la strategia della piattaforma tra streaming, cinema, moda, merchandising e identità culturale giapponese.
Ci siamo innamorati di personaggi che non esistono, abbiamo pianto per la morte di qualcuno che era soltanto un disegno, aspettato il ritorno di protagonisti che non avremmo mai potuto incontrare e imparato a riconoscere noi stessi in storie nate in un Paese lontanissimo, del quale, almeno all’inizio, conoscevamo poco o nulla. Gli anime hanno fatto questo, molto prima che arrivassero le piattaforme streaming, che il Giappone diventasse una destinazione da sogno per milioni di appassionati di cultura pop e che l’industria dell’intrattenimento cominciasse a interrogarsi sul valore economico di quella relazione così particolare tra un’opera e chi sceglie di amarla. Ci hanno insegnato che un personaggio può continuare a vivere nella nostra memoria anche quando la sua storia è finita, che un universo immaginario può diventare un luogo nel quale riconoscersi e che, a volte, basta ascoltare le prime note di una sigla per ritrovare una parte di noi che credevamo di aver dimenticato.
In Italia, questa magia ha una storia che attraversa le generazioni. Non abbiamo dovuto aspettare Crunchyroll per scoprire l’animazione giapponese, perché gli anime erano già nelle nostre case, nelle librerie, nelle fiere del fumetto e in quella particolare forma di memoria collettiva che permette a persone cresciute in epoche differenti di riconoscersi negli stessi personaggi, anche quando li hanno incontrati attraverso mezzi completamente diversi. Eppure, proprio mentre l’industria audiovisiva internazionale cercava di conquistare nuovi spettatori attraverso cataloghi sempre più ampi, l’animazione giapponese continuava a dimostrare qualcosa che non dipende necessariamente dalla quantità di contenuti disponibili: quando una storia riesce a diventare parte della vita di qualcuno, il rapporto con quell’universo può continuare molto tempo dopo che lo schermo è stato spento.
È da questa relazione, prima ancora che dai numeri degli abbonamenti o dalle opportunità del merchandising, che bisogna partire per comprendere la trasformazione di Crunchyroll, la piattaforma specializzata in animazione giapponese che oggi affianca allo streaming la distribuzione cinematografica, il gaming, gli eventi, la moda e un insieme di attività commerciali attraverso le quali i mondi narrativi degli anime possono uscire dallo schermo ed entrare nella quotidianità delle persone.
Ma c’è un aspetto ancora più interessante: mentre l’animazione giapponese raggiunge pubblici sempre più diversificati, Crunchyroll non intende necessariamente trasformarsi in una piattaforma generalista per accompagnarne la crescita, ma vuole approfondire la propria specializzazione fino a diventare un punto di riferimento per chi quella passione la vive già, indipendentemente dal modo in cui ha scelto di scoprirla.
«Non abbiamo bisogno di essere qualcosa per tutti. Vogliamo essere tutto per qualcuno, e quel qualcuno è il fan degli anime».
A raccontarlo a Panorama è Gita Rebbapragada, Chief Marketing Officer di Crunchyroll, la dirigente che supervisiona le attività di marketing del marchio a livello mondiale e che, prima di arrivare nell’industria dell’animazione giapponese, ha lavorato in settori apparentemente lontani come la moda e la mobilità condivisa. Una donna che oggi si trova a guidare la strategia di comunicazione e sviluppo del pubblico di un’azienda il cui obiettivo dichiarato non consiste soltanto nel rendere disponibili nuove storie, ma nell’offrire agli appassionati più modi per continuare a viverle.
E l’Italia, proprio perché gli anime li ama da molto prima che diventassero un fenomeno globale dello streaming, rappresenta un mercato particolarmente interessante per comprendere fino a che punto questa strategia possa svilupparsi.
L’Italia e gli anime: una storia d’amore che non è cominciata con lo streaming
C’è qualcosa di profondamente italiano nel modo in cui abbiamo imparato ad amare l’animazione giapponese, perché il nostro rapporto con gli anime non si è costruito attraverso un’unica generazione, una sola modalità di distribuzione o una comunità di appassionati facilmente identificabile. Abbiamo incontrato queste storie attraverso la televisione, le abbiamo ritrovate nelle pagine dei manga, custodite nelle collezioni personali e condivise in manifestazioni che, nel tempo, sono diventate luoghi di incontro tra persone accomunate da un immaginario che non avevano necessariamente scoperto nello stesso momento della propria vita.
È una familiarità culturale che rende il nostro Paese diverso da un mercato nel quale l’animazione giapponese debba ancora conquistare un proprio spazio nell’immaginario popolare, ma che non significa automaticamente che tutti gli spettatori italiani abbiano le stesse abitudini di consumo o siano interessati alle medesime esperienze.
«L’Italia ha un rapporto incredibilmente profondo con gli anime e i manga, che fanno parte della sua cultura da generazioni. Ciò che oggi è entusiasmante è vedere come questa passione continui a crescere e a raggiungere nuovi pubblici», racconta Rebbapragada, individuando nella localizzazione di qualità, nell’accessibilità e nella possibilità di offrire una gamma più ampia di esperienze gli strumenti attraverso i quali rendere sempre più semplice scoprire e vivere l’animazione giapponese.
Il punto, nella sua visione, non è soltanto raggiungere chi........
