Quando l’urgenza è passione. Nicola l’infermiere racconta un turno al pronto soccorso tra adrenalina e lucidità
Uno degli ambienti del pronto soccorso dell’ospedale Sant’Andrea della Spezia, dove l’infermiere Nicola Toselli lavora dal 2016 (immagine di archivio)
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La Spezia, 29 marzo 2026 – Quando la porta che separa le stanze di visita dalla sala d’aspetto si apre, l’infermiere che la spalanca non può sapere che cosa c’è davvero ad aspettarlo dall’altra parte. No, a meno che non si tratti di una gravissima criticità e sia la centrale operativa del 118 ad allertarlo, l’infermiere del pronto soccorso non può sapere se si troverà davanti a un paziente in ipoglicemia o con un trauma distrattivo di caviglia o, ancora, a un altro che lamenta un generico mal di stomaco che si tradurrà poi in un infarto in corso. Quello che l’infermiere del pronto soccorso sa per certo è che, anche questa volta, “darà tutto il suo massimo” in competenza, rapidità e accuratezza, affinché quell’emergenza trovi una risposta. Anche se sono le due del mattino. E sulle sue spalle c’è tutto il peso di sei ore di turno già trascorse, oltre al carico emotivo della rianimazione cardiaca in shock room del paziente precedente.
Ad aprirci idealmente quella porta per farci entrare nella realtà delle notti del pronto soccorso spezzino è Nicola Toselli, che nell’area critica lavora da sempre: prima al pronto soccorso del policlinico San Martino e dal 2016 in quello del Sant’Andrea. Classe 1976, una laurea in infermieristica all’Università di Genova, e un master in area critica nell’ateneo di Pisa; perché – dice Nicola – quella per l’urgenza è una passione che coltiva da sempre.
“Il pronto soccorso – spiega Toselli – fa parte dell’area critica come, per antonomasia, la rianimazione. Il settore è quello dell’urgenza e noi infermieri siamo chiamati a operare nell’immediatezza del momento, come altrettanto immediato è il riscontro che abbiamo. L’effetto del nostro contributo – precisa – si vede rapidamente, e non mi riferisco solo alle manovre di rianimazione per un arresto cardiaco ma, anche più semplicemente, al paziente in crisi ipoglicemica che dopo un’infusione di glucosio, nel giro di pochi secondi, si riprende. Le situazioni che nella notte si presentano – continua – sono di tutti i generi: urgenze neurologiche, cardiache, pediatriche. Senza contare le persone che arrivano con politraumi da incidente stradale. La vera sfida in questo ambito, la cui normalità è adrenalina e ritmo serrato, non sta solo nel saper trattare l’emergenza del momento, ma consiste anche nel riuscire a gestire subito l’urgenza successiva con la stessa concentrazione e attenzione. Perché ogni paziente – dice – merita il nostro cento per cento, sempre”.
Il rapporto con pazienti e familiari
Il turno degli infermieri che attraversa la notte inizia alle 19:45 e termina alle 7:15 del mattino successivo, e li vede ruotare nelle diverse postazioni del pronto soccorso: nell’area triage, dove si valuta e attribuisce il codice di priorità; nelle salette in cui si procede, con il medico, alle visite; e ancora nelle zone di attesa in cui i pazienti sono monitorati mentre aspettano i risultati di esami e indagini diagnostiche. Ma non c’è solo questo tra i compiti dell’infermiere del pronto soccorso che, di doti, ne deve avere – sospira Nicola, con un sorriso – “davvero tante”. “Oltre alla formazione infermieristica è necessario saper gestire anche il rapporto con i familiari dei pazienti che aspettano notizie: Spetta a noi tranquillizzarli, per quanto possibile, fornire supporto emotivo e spiegare loro nei termini più giusti la situazione che stanno vivendo. La parola d’ordine è sempre rispetto e assertività”.
Ma anche calma a oltranza perché, è un dato di fatto, quello del pronto soccorso è il personale più esposto alle aggressioni. Non solo quindi la competenza specialistica, ma anche lo spessore umano che permette a questa figura professionale ‘di frontiera’ di sostenere, con determinazione e prontezza, la fragilità dell’altro.
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