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Un finto “D-Day”: l’Iran di traverso

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04.09.2026

Come sta funzionando il blocco americano sugli scambi commerciali con l’Iran, denominato “D-Day” economico da Donald Trump? Vediamolo sui due versanti opposti di Asia e Medio Oriente. La Cina da sempre ha aggirato l’embargo Usa, acquistando il petrolio iraniano con un ribasso di 7-12 dollari rispetto ai prezzi di mercato, e nel solo 2025 Pechino ha assorbito il 90 per cento dell’export iraniano di petrolio grezzo, equivalente a metà delle entrate dell’Iran. Invece, sul versante arabo degli scambi commerciali con Teheran, gli Emirati Arabi Uniti (Uae) hanno assicurato il 34 per cento dell’import iraniano nel 2024, tenuto conto che ad Abu Dhabi operano sportelli-ombra bancari utilizzati dal regime teocratico per evadere le sanzioni internazionali. Le cose però sono cambiate dal 18 agosto scorso, con un deciso passo indietro degli Emirati, a seguito del lancio di due missili iraniani sul loro territorio. Tuttavia, grazie a un sistema finanziario opaco, i pasdaran (che costituiscono la più grande holding di controllo delle entrate petrolifere) continuano a operare nella capitale emiratina attraverso compagnie di comodo, aggirando così l’embargo imposto dalle autorità nazionali. La Cina ha risposto al “D-Day” facendo sapere all’America che le nuove sanzioni danneggiano la crescita mondiale e, pertanto, Pechino reagirà per proteggere i suoi diritti e interessi legittimi. Del resto, è noto come in questi anni i cinesi abbiano continuato ad acquistare sia dall’Iran che dal Venezuela petrolio posto sotto embargo, per un ammontare stimato di 30-32 miliardi di dollari all’anno, avvalendosi delle così dette teapot (teiere), piccole compagnie e raffinerie private cinesi che acquistano direttamente petrolio greggio all’estero. Il soprannome deriva dalle loro dimensioni ridotte, e dalla struttura originariamente semplice e rudimentale dei........

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