Un bubbone della storia è preventivamente scoppiato
Ora bisogna disarmare i pasdaran
Nessuno sa bene cosa succederà in Iran e in tutta l’area mediorientale nei prossimi mesi, ma l’impressione è che sia stato fatto scoppiare un bubbone della storia che sarebbe scoppiato comunque, e molto probabilmente in modo ancora più fragoroso e pericoloso. Vi sono due ragioni, tra loro compatibili, per spiegare il congiunto attacco israeliano e statunitense che ne ha provocato la rottura producendo, come primo risultato, la morte di Ali Khamenei. La prima, la più evidente e annunciata, è quella di scongiurare la possibilità che l’Iran possa dotarsi presto dell’arma atomica. La seconda, probabilmente di supporto, anche se non si sa con certezza quanto davvero rilevante nella circostanza presente, è quella di impedire che il massacro del popolo iraniano ad opera dei pasdaran possa continuare per un tempo indefinito e consentire a quel popolo di liberarsi da una spietata dittatura. Iniziando da questo secondo aspetto, da questa seconda probabile concausa della decisione presa da Israele e Stati Uniti, essa ha prodotto in passato critiche severe, tutte più o meno esplicitamente imperniate sull’argomento per cui si tratterebbe di azioni che implicano una violazione del diritto internazionale. Si tratta di un argomento ormai storico, secondo cui non si può pretendere di esportare la democrazia violando la sovranità degli Stati. Potremmo tuttavia chiederci se quest’argomento è ancora, anche ammesso che lo sia mai stato, un argomento davvero pertinente e risolutivo.
Vi sono epoche in cui le parole diventano leggere, ed altre epoche, più rare, in cui accade il contrario. Noi viviamo in un tempo in cui le parole “democrazia” e “difesa” vengono pronunciate con tale frequenza da rischiare di svuotarsi di senso, pur recando ancora con sé un peso morale che non si lascia dissolvere. Se si vuole collegarle in un solo ragionamento, occorre farlo con qualche circospezione, come chi attraversa un ponte sospeso, perché un solo passo falso può far precipitare nella retorica o nel cinismo. La democrazia, se la si intende seriamente, non è un prodotto da esportazione. Non si fabbrica in un arsenale né si imballa in una dichiarazione solenne. Essa nasce da una trama interna di responsabilità, di conflitti regolati, di libertà accettate anche quando producono esiti sgraditi. Per questo, l’espressione “esportare la democrazia” è pericolosa: suggerisce un gesto unilaterale, quasi tecnico. Nonostante questo, vi è almeno un senso in cui essa può risultare legittima. È legittimo intervenire non per imporre un modello, ma per consentire a un popolo in lotta di ottenere il riconoscimento dei propri diritti fondamentali. Se un regime sopprime sistematicamente ogni possibilità di scelta, di parola, di associazione; se rende impossibile qualsiasi forma di mutamento pacifico; se perseguita chi tenta di esercitare diritti elementari, allora la comunità internazionale, o anche dei singoli Stati, possono trovarsi davanti a un dilemma morale: restare spettatori, in nome di una sovranità astratta riconosciuta dal diritto internazionale, o riconoscere che la sovranità, quando diventa strumento di oppressione assoluta, tradisce la sua ragion d’essere e non è più fondata su alcun altro diritto oltre quello della forza.
In questo senso, “esportare la democrazia” significa restituire condizioni minime di libertà, e non decidere dall’esterno chi debba governare. Significa creare uno spazio in cui un popolo possa determinarsi, non sostituirsi a quel popolo. È un’operazione negativa prima che positiva: togliere la morsa, non scrivere il copione. La sua legittimità non deriva dall’utile di chi interviene, ma dalla realtà dell’oppressione e dall’esistenza di una volontà interna di libertà. L’altro aspetto su cui però è giusto soffermarsi non è meno importante, ma in un certo senso è anche più elementare e drammatico, perché non riguarda il modo di governarsi, bensì la possibilità stessa di esistere. Uno Stato non è un individuo, ma è composto da individui, e quando la sua distruzione viene dichiarata come obiettivo politico esplicito, quando essa è accompagnata da azioni, finanziamenti, armamenti coerenti con quell’obiettivo tanto da renderlo realisticamente conseguibile, il problema non è più la qualità del regime, bensì la sopravvivenza. Qui il linguaggio della democrazia tace, e parla quello della legittima difesa.
La difesa non è una virtù eroica: è una condizione necessaria per continuare ad esistere. Se l’attacco è in corso, nessuno contesta il diritto a respingerlo. Più controverso è il caso in cui l’attacco non sia ancora materialmente iniziato, ma si prepari con mezzi tali da rendere la distruzione possibile in tempi brevi e con effetti irreparabili. Nel mondo nucleare, “la categoria dell’imminenza” non coincide più con l’ultimo minuto prima del lancio; coincide talvolta con il momento in cui la capacità diventa operativa. Attendere può allora equivalere a consentire, specialmente quando un paese, pur essendo dotato di eccellenti strumenti di difesa, non è molto esteso, poiché in questo caso potrebbe essere spazzato via da una sola bomba nucleare di ultima generazione. Perciò il diritto di autodifesa può includere azioni preventive, ma solo a precise condizioni. Deve esistere una minaccia concreta e non meramente ipotetica; deve esservi una proporzionalità tra il male temuto e il mezzo impiegato; devono risultare impraticabili alternative meno distruttive. La prevenzione non è una licenza generale a colpire chiunque si percepisca ostile: è un’estrema ratio, giustificata dall’assenza di altre vie efficaci.
A questo punto, i due ragionamenti si incontrano. La democrazia è il regime che riconosce ai cittadini il diritto di scegliere da chi essere governati; la difesa è il diritto di non essere cancellati. Se uno Stato minaccia l’esistenza di un altro, e nel contempo opprime il proprio popolo negandogli ogni possibilità di cambiamento, le due dimensioni, cioè quella della libertà interna e quella della sicurezza esterna, possono intrecciarsi. Intervenire per impedire un annientamento può avere come effetto collaterale l’apertura di uno spazio politico; intervenire per aprire quello spazio può, in taluni casi, ridurre una minaccia strutturale. Ma proprio perché le due giustificazioni possono sovrapporsi, cresce il rischio dell’abuso. Si può invocare la libertà per mascherare un interesse strategico e si può invocare la difesa per anticipare un conflitto che non era inevitabile. La legittimità morale non si dichiara: si dimostra nei fatti, negli obiettivi limitati, nella cura per i civili, nella volontà di fermarsi quando il fine è raggiunto. In ultima analisi, la questione non è se sia mai lecito esportare la democrazia o colpire preventivamente: è se, in un caso concreto, tali azioni proteggano davvero la dignità e la vita degli esseri umani coinvolti. Se esse impediscono una distruzione imminente e aprono la possibilità di un ordine più libero, possono trovare una giustificazione morale anche quando il diritto positivo appare incerto o insufficiente. Se invece amplificano la violenza, stabilizzano nuovi domini o alimentano spirali incontrollabili, tradiscono il nome che portano.
La libertà e la sopravvivenza non sono slogan; sono condizioni fragili. Ogni guerra che si proclama necessaria dovrebbe essere giudicata non dall’intenzione dichiarata, ma dal mondo che lascia dopo di sé. Solo se quel mondo è più sicuro e più aperto di quello che precedeva, solo se lascia a un maggior numero di persone un maggior spazio di libertà, questa parola, “libertà”, non risuonerà come un’eco vuota nel fragore delle armi, ma come l’annuncio di un futuro meno disumano e più dignitoso per tutti, sia per i popoli che saranno stati coadiuvati nel loro tentativo di affrancarsi da qualche regime criminale, sia per popoli e i paesi che saranno intervenuti in loro aiuto garantendo nel contempo la propria sicurezza e la propria esistenza futura. Quindi, se l’azione congiunta di Stati Uniti e Israele dovesse conseguire il suo obiettivo di rovesciare il regime iraniano qualsiasi autentico democratico dovrebbe rallegrarsene. C’è solo da augurarsi che gli autori dell’attacco abbiano fatto bene i conti e calcolato tutte le variabili, perché il rischio di un impantanamento in una guerra lunga e costosa sotto ogni profilo come quella in Afghanistan è dietro l’angolo, e costituirebbe un esito ben triste dover abbandonare di nuovo il popolo iraniano ai massacri operati dai pasdaran dopo averlo illuso, come già avvenuto con il popolo afghano, di poter vivere finalmente in un Paese diverso, ben più libero e democratico di quello attuale.
Aggiornato il 03 marzo 2026 alle ore 10:41
