Leggere la National Security Strategy oltre l’allarmismo
La pubblicazione, nel dicembre del 2025, della National Security Strategy dell’Amministrazione Trump ha suscitato, nel dibattito pubblico italiano ed europeo, una congerie di reazioni che oscillano tra l’indignazione morale e il pessimismo geopolitico, nelle quali si è prevalentemente letto il documento come una sorta di manifesto del disimpegno americano dal Vecchio Continente, se non addirittura come una dichiarazione unilaterale di fine dell’alleanza atlantica così come concepita nel secondo dopoguerra. Eppure, una lettura che si sottragga alle tentazioni dell’emotività interpretativa e che proceda invece attraverso un’analisi testuale scrupolosa e metodicamente ancorata ai passaggi letterali del documento – particolarmente della sezione dedicata a “Promuovere la grandezza europea” – rivela una stratificazione argomentativa assai più complessa e articolata di quanto la vulgata giornalistica non abbia saputo o voluto riconoscere, restituendo un quadro nel quale la retorica dell’allarme e della critica si intreccia inestricabilmente con la riaffermazione, neppure troppo celata, della centralità strategica dell’Europa nell’architettura della sicurezza globale statunitense.
Il linguaggio adottato dal documento nella sua apertura non lascia adito a equivoci interpretativi circa la percezione washingtoniana dello stato attuale del continente europeo, laddove si afferma, con una franchezza che rasenta la brutalità diplomatica, che “l’Europa continentale ha perso quota del Pil globale – dal 25 per cento nel 1990 al 14 per cento di oggi – in parte a causa di normative nazionali e transnazionali che minano la creatività e l’operosità”, per poi aggiungere, in una escalation retorica che non può non suscitare reazioni veementi nelle cancellerie europee, che “questo declino economico è eclissato dalla prospettiva reale e più cruda della cancellazione della civiltà”. Si tratta, indubbiamente, di un passaggio che si configura come un atto d’accusa sistemico nei confronti dell’intero progetto di integrazione europea così come si è dispiegato negli ultimi tre decenni, un’accusa che investe simultaneamente la dimensione economica – con il riferimento al “soffocamento normativo” e alla “stagnazione economica” – e quella più propriamente culturale e demografica, attraverso l’evocazione di “politiche migratorie che stanno trasformando il continente”, del “crollo dei tassi di natalità” e della “perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi”.
La diagnosi statunitense giunge persino a prospettare uno scenario apocalittico secondo il quale “se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile tra vent’anni o meno”, configurando quindi l’Europa non già come un alleato temporaneamente indebolito ma recuperabile attraverso aggiustamenti politici marginali, bensì come un’entità civilizzazionale sull’orlo di una trasformazione irreversibile che ne comprometterebbe definitivamente l’affidabilità strategica. Particolare rilevanza assume, in questa costruzione argomentativa, il riferimento alla “censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica”, passaggio nel quale traspare inequivocabilmente l’allineamento del documento con specifiche narrazioni politiche di matrice conservatrice che vedono nell’Unione europea e negli “organismi transnazionali” non già gli strumenti di una più stretta cooperazione continentale, ma i vettori di un processo di de-sovranizzazione che minerebbe........
