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L’essere umano è il responsabile di epidemie e disastri ambientali 

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11.02.2019

La peste nera uccise circa il 30 per cento della popolazione europea in pochi anni, a metà del quattordicesimo secolo. Un secolo e mezzo dopo i nativi d’America furono colpiti da una decina di epidemie altrettanto gravi, una dopo l’altra, e che uccisero il 95 per cento di loro. Le malattie di quella “grande morìa” (per usare un’espressione della paleontologia) avevano nomi molto meno terrificanti, come morbillo, influenza, difterite e vaiolo, ma uccidevano allo stesso modo.

Quando decine di milioni di nativi americani morirono, sulle terre che usavano per l’agricoltura e l’allevamento ricrebbero le foreste. Tutte queste foreste assorbirono così tanto anidride carbonica che la temperatura globale media calò, e quello che altrimenti sarebbe stato un raffreddamento ciclico minore divenne la piccola era glaciale. Il freddo fu tale che molti europei morirono di fame.

Il direttore di ricerca dell’équipe dell’University College di Londra che ha messo insieme tutti questi puntini è il dottorando Alexander Koch (proprio così, non ha ancora conseguito il suo dottorato). Ha preso in prestito l’espressione “grande morìa” dai paleontologi, che la usano per descrivere l’estinzione di massa alla fine del Permiano, 252 milioni di anni fa, il periodo più letale di tutti. Ma funziona anche per gli esseri umani.

Vantaggi e somiglianze
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