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In memoria di Marco Biagi, la sorella Francesca: “Mio fratello, servitore dello Stato”

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19.03.2026

Il giuslavorista e docente universitario Marco Biagi aveva 51 anni quando fu ucciso dalle Nuove Brigate Rosse il 19 marzo 2002 a Bologna

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Bologna, 19 marzo 2026 – Il 19 marzo 2002, a Bologna, I’Italia ha perso un Servitore dello Stato. lo ho perso un FRATELLO.

Marco è stato ucciso sotto casa, rientrando in bicicletta, dalle Brigate Rosse. Un omicidio politico che ha segnato una ferita profonda nella storia repubblicana recente e che ancora oggi interroga le istituzioni, la società, le coscienze. Ma prima di essere una vittima del terrorismo, Marco è stato un giuslavorista di straordinaria competenza, un docente appassionato, un riformatore paziente. E, per chi lo ha conosciuto davvero, un uomo gentile, ironico, riservato.

Era parte della mia vita, era parte di ciò che sono. E quando una persona così importante se ne va, qualcosa dentro di te si spacca ma allo stesso tempo resta inchiodato per sempre. Non evapora, non diventa passato: si trasforma ma la ferita che si è aperta continua a sanguinare.

Oltre il simbolo: «L’Italia ha il dovere di commemorarlo per ciò che era: un uomo giusto»

Giuslavorista presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, era uno studioso rigoroso, con uno sguardo sempre rivolto all’Europa; credeva che il diritto del lavoro non dovesse essere statico e segmentato ma uno strumento vivo, capace di accompagnare i cambiamenti economici e sociali senza perdere la funzione di tutela della persona. Il suo lavoro si è concentrato su un nodo cruciale: come difendere i lavoratori in un mondo del lavoro che stava rapidamente cambiando. Globalizzazione, nuove tecnologie, flessibilità, precarietà: Marco affrontava questi temi senza slogan, con un metodo scientifico e una convinzione profonda. Per lui riformare non significava indebolire i diritti ma renderli effettivi anche per chi ne era escluso.

Per questo collaborò con governi di diverso colore politico, convinto che il sapere accademico dovesse servire allo Stato. Non cercava visibilità, non amava i riflettori. Accettava incarichi complessi perché credeva nella responsabilità civile dell’intellettuale. Il dialogo sociale, la mediazione tra interessi diversi, la ricerca di soluzioni realistiche erano il suo terreno naturale.

Lezione della storia «Le riforme si possono discutere e criticare, la senza ricorrere alla violenza»

Pagò questa scelta con l’isolamento, con attacchi personali, con una solitudine che negli ultimi anni divenne anche istituzionale. Lo Stato non ha saputo proteggerlo e infine lo hanno colpito. Ma hanno colpito un UOMO non le sue IDEE che sono più vive che mai e rappresentano un “faro “a cui noi continuiamo ad ispirarci e cercheremo di proseguire nel suo esempio tenendo il suo sorriso come bussola.

Ma... ricordare Marco solo per il suo lavoro sarebbe riduttivo... soprattutto per me... che lo ricordo ancor più che come “tecnico”, come un “FRATELLO SPECIALE”. Una persona mite, profondamente educata e mai arrogante. Aveva un’intelligenza luminosa ma non la ostentava mai. Amava studiare, discutere, ascoltare. Aveva il gusto della precisione e il senso dell’umorismo sottile di chi osserva il mondo con attenzione. In famiglia era il fratello affidabile, quello che c’era sempre. Non faceva grandi discorsi ma sapevi che, nel momento difficile, avrebbe trovato il modo di aiutarti. Con affetto, discrezione. Senza rumore. Come ha vissuto tutta la sua vita. Amava la normalità: la casa, la bicicletta, le abitudini semplici. Non si sentiva un personaggio pubblico e forse è anche per questo che la violenza che lo ha colpito appare ancora più assurda, sproporzionata, disumana.

Una ferita che parla ancora al presente. Non esistono parole per spiegare il vuoto che ha lasciato ma esiste un grande AFFETTO che nemmeno la morte può portare via Marco vivrà in ogni mio ricordo, in ogni risata che mi ha regalato e in ogni lacrima che continuerà a scendere pronunciando il suo nome. L’assassinio di Marco non è solo una tragedia familiare. È una sconfitta collettiva.

È il punto in cui l’odio ideologico ha colpito un uomo disarmato, uno studioso che credeva nella forza del confronto democratico. Ricordarlo oggi non significa ricordare una figura del passato ma assumersi una responsabilità nel presente. Significa difendere il valore della competenza, del dialogo, del servizio pubblico. Significa ricordare che le riforme si possono discutere, criticare, contrastare ma non bisogna MAI ricorrere alla violenza. Per noi, che lo abbiamo amato, Marco resta una presenza quotidiana fatta di memoria, di mancanza, di domande senza risposta. Ma resta anche l’orgoglio per ciò che è stato: un uomo libero, coerente, onesto fino all’ultimo giorno. Bologna, la sua città, lo ha visto cadere.

Ma Bologna, e l’Italia intera, hanno il dovere di ricordarlo per ciò che è stato davvero: non un simbolo astratto, ma un uomo giusto, un SERVITORE dello STATO.

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© il Resto del Carlino