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Il merito dei tre quesiti referendari è quello di interrogare sul rapporto corretto tra giurisdizione, democrazia e Stato di diritto

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Sono di grande interesse le interviste che il giornale pubblica di chi è per il sì o per il no al referendum sulla divisione delle carriere (io dico dei ruoli, dei mestieri perché è più comprensibile per l’elettore e più credibile) dei magistrati.

È necessaria una parola chiara sull’argomento ma c’è bisogno ancora di rigore nelle argomentazioni per far capire bene di che si tratta ed evitare argomenti che non hanno a che fare con i quesiti usando frasi o slogan demagogici come quello che la riforma metterebbe in pericolo i giudici come se questi fossero pusillanimi alla mercé dei pubblici ministeri. Incredibile!

Il Dubbio sta dando un contributo importante al dibattito mettendo a fuoco le vere questioni.

Il quesito però non è unico, ma contiene tre domande: alla principale se ne aggiungono altre due egualmente fondamentali: il sorteggio dei magistrati per l’ingresso al Csm e l’Alta Corte di Giustizia per giudicare la correttezza dei magistrati nell’esercizio delle loro funzioni. È stato rilevato che le diverse domande rendono incerto il voto dell’elettore che deve scegliere a quale dare più importanza se non è d’accordo con le altre. Dirò di seguito una riflessione personale perché si tratta di una questione importante.

Per prima cosa una domanda ai magistrati che fanno propaganda per il no e che dicono che la riforma è contro la Costituzione.

“L’Unità della giurisdizione” era prevista per un codice procedura penale inquisitorio dove si attribuiva al pm una funzione pubblica di difesa della comunità, ma nel 1989 il legislatore ha approvato un nuovo codice di procedura e, di conseguenza il pm per far funzionare il processo deve essere “parte” contrapposta alla “difesa”, con un giudice terzo e imparziale. Quando votammo questo codice tutti avevamo questa consapevolezza, ma l’onorevole Carlo Casini, ex magistrato, votò contro........

© Il Dubbio