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Il presepe come vuoto

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20.02.2026

C'è un momento che rimane impresso tra quanti hanno assistito alla lectio magistralis tenuta da Tomaso Montanari nell'ambito delle celebrazioni francescane dell’Università di Pisa. Lo storico dell'arte - e rettore dell'Università per Stranieri di Siena - parla mentre alle sue spalle lo schermo mostra l'immagine del santuario di Greccio con la grotta vuota e la mangiatoia senza bambino. Il pubblico ascolta in silenzio la descrizione di una messa in scena che attraversa otto secoli.

Il titolo scelto da Montanari, Vivere da stranieri: Francesco e l'invenzione del presepe, racchiude già la tensione del ragionamento che elimina ogni celebrazione agiografica per far reagire il Francesco storico con il nostro tempo.

La notte di Greccio e il paradosso del vuoto

Il punto di partenza è la biografia di Tommaso da Celano che racconta la notte del Natale 1223. Francesco chiede a Giovanni da Greccio di preparare una mangiatoia con il fieno, un bue e un asino veri. Vuole vedere con gli occhi del corpo, non solo con quelli spirituali. Quella formula, per uno storico dell'arte, ha il peso di un manifesto che ricalca esattamente il programma che l'arte medievale si era assegnata nei secoli precedenti e che Giotto porterà a compimento con la sua rivoluzione pittorica.

Ma Francesco, spiega Montanari, non voleva vedere un pieno. Voleva vedere un vuoto. La kenosi — lo svuotamento del Dio che si fa bambino, indifeso, privo di casa e patria — è la sostanza teologica del presepe.

Nel presepe di Greccio, il bambino non c'è. Lo vede, in visione, uno degli astanti, commosso dalle parole di Francesco. La nascita avviene nel cuore di chi ascolta, non in una statuetta. Gesù, nota Montanari citando il filosofo Martin Buber, abita dove lo si lascia entrare.

L'affresco che Giotto dedica alla notte di Greccio nella Basilica superiore di Assisi è capolavoro assoluto, riconosce Montanari, ma tradisce lo spirito dell'evento. Gli animali sono già statuette. I poveri restano fuori dalla porta. Il bambino è presente, visibile. La normalizzazione è già avvenuta ad opera di san Bonaventura e di un ordine che crescendo aveva acquisito il peso e le contraddizioni del potere. Francesco ha vissuto quarantaquattro anni. Non moltissimi ma abbastanza per conoscere il fallimento dell’idea originaria di povertà.

Per questo, secondo Montanari, l'artista che invece coglie con maggiore fedeltà lo spirito di Greccio è, paradossalmente, Caravaggio. L'ultima natività, dipinta a Palermo per l'oratorio di San Lorenzo e scomparsa nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 — rubata con il beneplacito della mafia e mai più ritrovata — mostra una povertà raggiunta per sottrazione. I corpi sono nudi, la luce emerge dall'oscurità, il bambino giace a terra, «come una tellina» scriveva lo storico dell’arte Longhi. San Lorenzo è l'unico vestito riccamente, ma si inginocchia davanti a quegli straccioni che sono i veri protagonisti della scena. Montanari cita Leonardo Sciascia, che scrisse di quel furto «non è un paese civile. Non lo è nelle baracche dei terremotati, non lo è nella conservazione delle opere d'arte». Il nesso tra il Caravaggio rubato e la famiglia costretta a vivere in sei in una baracca, aggiunge Montanari, è preciso e assoluto.

Lo straniero come cifra teologica e politica

Il filo rosso della lectio è la figura dello straniero. Francesco e i suoi frati sono, per vocazione e per scelta testamentaria, stranieri e pellegrini. Il Cristo nasce straniero a Betlemme, muore straniero a Gerusalemme, risorge sconosciuto sulla strada di Emmaus e si rivela solo spezzando il pane. La provvisorietà del diversorium — parola latina che indica insieme la locanda e il rifugio — lega la scena della nascita all'inizio della passione. In entrambi i casi Gesù chiede in prestito un luogo, perché al figlio dell'uomo manca dove posare il capo.

Montanari percorre la tradizione biblica sull'accoglienza dello straniero per mostrare come questo tema sia strutturale al messaggio evangelico, non accessorio. E qui il discorso storico-artistico incontra il presente con una precisione che lascia poco spazio all'equivoco. Il rettore cita le parole con cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto fare gli auguri di Natale agli italiani, usando il presepe come simbolo di identità nazionale. Poi cita, in contrappunto, le parole di Papa Leone XIV, che ha definito blasfema la benedizione del nazionalismo da parte di chi si dice cristiano.

Il presepe inventato da Francesco come segno della più radicale spoliazione da ogni appartenenza e identità — a partire dal bambino, che deve nascere nel cuore e non in una statuetta — viene trasformato in simbolo della nazione. Montanari non commenta oltre, lasciando la sala in silenzio per un attimo che pesa un’epoca.

La conclusione della lectio convoca Hannah Arendt e la sua riflessione sulla natalità come categoria politica fondamentale. Ogni nascita è un inizio radicalmente nuovo. I bambini appena nati, scrive Arendt, sono i più stranieri di tutti: arrivano nel mondo come alterità assoluta, portatori di una singolarità che nessuna categoria può contenere.

Montanari intreccia questo pensiero con quello di Francesco: vivere come stranieri significa dipendere dagli altri, rinunciare all'armatura dell'autosufficienza, fare dell'immanenza — del trovarsi in una situazione di assoluta vulnerabilità — non una condizione da superare ma uno stile di vita. Ogni straniero che arriva in un paese, suggerisce Montanari concludendo, porta con sé un nuovo inizio. Innesca, come avrebbe detto Arendt, il miracolo che salva il mondo.

Arriva il momento delle domande. Rompo il ghiaccio: cosa ci rimane di Francesco da portare sempre con noi? Montanari esita a rispondere. Probabilmente ci sarebbero molte cose, ma decide di mettere a fuoco la consapevolezza profonda della natura umana della sua fragilità, della sua imperfezione, dell'impossibilità di fare dei piani. E nello stesso tempo della determinazione ad accettare questo.

Il pubblico è già in coda per il firmacopie. Nell’Aula Magna Nuova dell’Università di Pisa, dietro lo studioso, campeggia l'immagine di quella grotta vuota di Greccio.

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