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L’8 marzo ci ricorda che la lotta per l’emancipazione femminile è tutt’altro che conclusa

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08.03.2026

Ogni anno, l’8 marzo, mi fermo. Ricordo quando da ragazza, la parola celebrazione mi lasciava sempre qualche perplessità perché quando si discute di eguaglianza, emancipazione, diritti negati, non c’è alcunché da celebrale ma sarebbe già sufficiente riflettere sul cammino, tutt’altro che lineare, verso la parità di genere, ascoltare le difficoltà di milioni di mie coetanee e non solo, di tutte quelle donne che non si sono arrese nonostante i muri che ci circondano ogni giorno, ascoltare il dramma di chi ha dovuto scegliere tra un figlio e una carriera, di chi guadagna meno di un collega a parità di mansioni, la sofferenza di chi ha denunciato una violenza e non è stata creduta o di chi non ha denunciato perché siamo ancora private di una rete di contrasto reale alla violenza di genere. 

Solo in Italia, la “Giornata internazionale della donna” che ha un potente significato sociale e politico, viene definita “Festa della donna”, diventando una stucchevole liturgia a cadenza annuale in cui le donne vengono omaggiate con mimose o cioccolatini; eppure, facciamo fatica a capire che per le donne, nel nostro Paese, il rispetto è merce rara e i crimini contro le donne si susseguono con un ritmo preoccupante.

Chi appartiene alla mia generazione è cresciuto con la certezza di vivere in un mondo in cui le disparità tra uomo e donna fossero ormai acqua passata Poi, un giorno, a una riunione io stessa sono diventa "signorina", mentre il mio collega uomo assunse automaticamente il titolo di "dottore". Ma il problema non era risolto?

Il #MeToo, i femminicidi, il diritto all’aborto messo in discussione, ma anche la differenza salariale tra i due sessi: sì, il percorso per la parità non è terminato e per questo è importante, nel 2026, essere ancora femministi, per ribellarsi all’idea che esistano dei ruoli prestabiliti da una società patriarcale, per cui agli uomini spettano dei compiti e delle responsabilità, alle donne altre. 

Non ci pensiamo spesso ma anche noi, come le nostre madri, nonne, siamo cresciute in una società maschilista, in una rete patriarcale che ci ha educato a sentirci inferiori, sempre un po’ meno rispetto ai nostri fratelli, ai nostri compagni di classe e ai nostri amici: “loro possono in quanto uomini”. Per noi non era mai opportuno tornare più tardi, scegliere quella università, viaggiare da sole, decidere chi amare. Non era mai il tempo, avremmo dovuto aspettare, scegliere quell’altro percorso.

Solo adesso, grazie alle battaglie di tante e tanti, finalmente ci stiamo accorgendo che così non è, che è una bugia grande come un elefante. In questi anni, non abbiamo mai perso la nostra ostinazione a batterci contro un sistema che ci vorrebbe in silenzio, di fronte a un’evidente diseguaglianza. Anche nei luoghi di lavoro dove selezioni estetiche, commenti sessisti e soprattutto trattamenti salariali differenziati, sono pane quotidiano da ingoiare. Pane amaro, duro e vecchio, che non siamo più disposte ad accettare perché il lavoro è uno strumento essenziale di libertà, di autodeterminazione e dignità, senza il quale noi donne saremo sempre vincolate a un’alterità dalla quale dipendere. 

Ancora oggi, ci convincono di essere sbagliate perché non siamo mogli o madri, o perché non amiamo la persona giusta. Ma non saremo mai libere fino a quando, nel mondo, ci saranno ragazze costrette a rinunciare ai propri sogni. 

Esistono ancora troppe barriere, a volte invisibili, ma solidissime. A noi donne viene sempre chiesto di modellare i nostri desideri sulla realtà che ci circonda e, quando ci opponiamo, dobbiamo essere pronte a dimostrare di meritare le stesse opportunità dei nostri colleghi, a giustificare le nostre ambizioni, a spiegare le nostre scelte. In tantissimi ambiti, queste barriere si trasformano in numeri: stipendi più bassi, contratti precari, carriere che fanno fatica a decollare, difficoltà nella conciliazione vita lavoro, squilibri di potere e........

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