La Grazia di Sorrentino sull'amore e sulla verità
Premessa: dentro l'universo di Paolo Sorrentino io ci sto proprio a mio agio. Il suo sguardo sulle cose del mondo, le vite e le atmosfere che costruisce, i temi ricorrenti del suo cinema, per me sono una piacevolissima comfort zone. In "La Grazia" torna protagonista il suo alter ego Toni Servillo, che aggiunge un altro personaggio alla sua galleria di interpretazioni straordinarie con Mariano De Santis, luminare del diritto e presidente della Repubblica, un uomo che ama i tempi lunghi e detesta le scelte affrettate (fulminante la battuta sul valore della burocrazia). Ma che dietro ad una apparentemente imperturbabile compostezza istituzionale è dilaniato dal peso delle responsabilità che lo opprimono, dai dubbi su alcune scelte fondamentali da prendere per lasciare un segno nell'ultimo tratto del suo mandato e dal doloroso ricordo dell'amatissima moglie.
Una Coppa Volpi meritatissima a Venezia, anche se qui la vera sorpresa è Anna Ferzetti, davvero magnifica, ancora più brava e convincente del solito nel racconto di una vita che, sospesa tra rigore nello studio dei dossier, frustrazioni e dedizione al padre, non riesce più a respirare.
Il contrappunto costante padre-figlia che intreccia filosofia, vita e diritto nelle ovattate stanze del Quirinale è forse il cuore e certamente la cosa migliore del film. Insieme alla scelta, non scontata - ma azzecatissima - di lasciare tutto il mondo fuori da quelle stanze. L'opinione pubblica non c'è, non ci sono i tg, le tv; la pressione esterna è percepibile ("Se firmo sono un assassino, se non firmo un torturatore"), ma completamente anestetizzata per focalizzare i nodi morali che interessano a Sorrentino molto più della cronaca. Come sempre nei film........





















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