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Il riformismo Dc non era uno slogan

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Nel discorso di fine anno, il Capo dello Stato ha ricordato alcune grandi riforme che hanno scandito, e caratterizzato, la storia del nostro paese in questi 80 anni della nostra Repubblica. Dallo Statuto dei lavoratori alla garanzia della sanità pubblica, dalla coesione sociale all’istruzione pubblica, dal sistema previdenziale alla casa alla tutela dei diritti fondamentali. Insomma, riforme decisive che hanno segnato un forte avanzamento della nostra democrazia e, al contempo, un insieme di norme e di leggi che hanno trasformato definitivamente ed irreversibilmente il nostro paese acquistando quei diritti che apparivano irraggiungibili. Riforme, però, va pur detto, che avevano una precisa matrice culturale e politica. E cioè, la cultura riconducibile al cattolicesimo politico italiano. E questo perché si tratta di riforme, almeno quelle citate dal Presidente della Repubblica, che hanno il segno preciso del riformismo dinamico e autenticamente democratico della Democrazia Cristiana. Riforme che, com’è scontato persino ricordare, sono state rese possibili anche grazie all’apporto decisivo e determinante dei partiti alleati per quasi 50 anni con la Dc nella storia democratica nostro paese.

Ora, al di fuori di ogni tentazione agiografica e anche di ogni regressione nostalgica, è persino inutile farsi una domanda. E cioè, ma com’è possibile che di fronte ad una cultura politica che ha declinato una stagione di riforme che hanno segnato e caratterizzato lo sviluppo di un intero paese, la suddetta cultura viene ricordata solo per il suo glorioso ed epico passato o, peggio ancora, sia sostanzialmente consegnata agli archivi storici per lo studio e l’approfondimento degli addetti ai lavori? Cioè degli storici e degli archivisti di ogni parrocchia? E l’ulteriore domanda a cui non possiamo non dare una........

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