Davvero serve una circolare per tenere pulite le aule scolastiche?
Di tanto in tanto l’animo da dirigente scolastico di Giuseppe Valditara torna a farsi sentire. E per certi versi siamo felici e onorati che addirittura un ministro si immedesimi così profondamente nella categoria (per inciso, saremmo ancora più contenti se lo facesse fino in fondo, magari anche quando i ds restano vittima di palesi vessazioni da parte dell’Amministrazione).
Così, dopo la “discussa” nota sui compiti a casa, sulla quale ci siamo espressi mesi fa proprio su questo blog, arriva quella che è già stata ribattezzata la circolare “Aule pulite”. Più burocraticamente parliamo della nota 39623 del 23 febbraio scorso recante “Cura e decoro degli ambienti scolastici”, che nella sostanza sollecita i dirigenti scolastici a inserire nei Regolamenti di Istituto e nei Patti di corresponsabilità apposite regole volte a tutelare le condizioni igieniche e l’ordine degli ambienti.
Per Valditara si tratta di “un’azione di grande valore sociale, che le scuole possono realizzare nell’ambito delle attività di educazione civica da svolgere anche in collaborazione con enti locali, associazioni e fondazioni”. Ora, tralasciando quest’ultima previsione (destinata a nostro avviso a rimanere sulla carta nella stragrande maggioranza dei casi, proprio come avviene per le “sospensioni” oltre i 2 giorni), sfidiamo chiunque a non trovarsi d’accordo nel principio: è indiscutibile che gli spazi scolastici debbano essere mantenuti in ordine e puliti, ed è altrettanto pacifico ritenere che chi sporca debba in qualche modo rimediare.
Quello che colpisce è che ci sia bisogno di ribadirlo, il che è sintomatico di una stortura di fondo: i nostri ragazzi (non tutti, evidentemente, ma quella buona minoranza che basta a rendere certi ambienti scolastici impresentabili, a partire dai servizi igienici) hanno interiorizzato la cultura del “lascio sporco, tanto qualcuno pulirà per me”. Ma come fanno in quei Paesi - senza scomodare il lontano Sol Levante, anche la Germania e le terre scandinave rappresentano esempi in tal senso - in cui non esiste la figura del collaboratore scolastico e la pulizia, almeno quella delle aule, è naturalmente affidata alla responsabilità degli studenti?
La risposta l’abbiamo già data: sono questi ultimi a prendersi cura dei loro spazi, che poi sono gli spazi di tutti. Troviamo veramente così scandaloso - come qualche Solone ha già iniziato a predicare - che un alunno possa prendere in mano ramazza e straccio e mettersi a pulire una stanza, un banco, una lavagna? La pulizia è un momento educativo, c’è una sterminata letteratura in merito, e non certo punitivo e demansionante, come purtroppo siamo sempre più abituati (erroneamente) a pensare.
Tenere in ordine non è affatto degradante, ci sono fior di professionisti che lo fanno tutti i giorni e tutte le notti negli ambienti di vita, lavoro e tempo libero. Perché dunque non iniziare dai banchi di scuola? Nei nostri istituti, invece, regna l’effetto-assuefazione: siamo talmente abituati a trovare scuole sporche, graffiti, scritte, chewing gum attaccati ai banchi e ai muri da decenni e via discorrendo che ormai non ci stupiamo neanche più. Anzi, probabile che scatti il noto paradigma della “broken window”, secondo cui se troviamo una finestra rotta siamo più tentati di lanciare sassi anche su quelle rimaste integre. Sono cose che andiamo dicendo da tempo.
Non si tratta, quindi, solo di intervenire sull’ultimo anello della catena, vale a dire sugli studenti magicamente “sensibilizzati” dai dirigenti. La vera questione non è tanto sollecitare i dirigenti, e non è neppure la semplice sensibilizzazione, ma ripensare il sistema: con l’educazione, con la formazione di tutti e, ipocrita negarlo, anche con sistemi sanzionatori ad hoc e, soprattutto, certi. A monte di tutto questo è però indispensabile sentirsi comunità, e ciò implica la collaborazione di tutti: se i docenti non vigilano attentamente e le famiglie non educano correttamente anche le migliori intenzioni cadono nel vuoto, e tutto finisce ancora una volta per essere demandato ai soli dirigenti scolastici. Che, ricordiamolo, non sono direttamente nelle aule. Il rischio che intravediamo è che i dirigenti siano lasciati soli ad affrontare l’ennesima sfida educativa complessa. Vorremmo tanto che non fosse così.
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