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C’è ancora domani, per l’Europa?

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05.01.2026

“C’è ancora domani”, dice Paola Cortellesi, nel film omonimo, mentre fa di tutto per presentarsi puntualmente, insieme a milioni di altre donne, alle urne di quel 2 e 3 giugno 1946, giusto ottant’anni fa, in cui per la prima volta, l’elettorato femminile può finalmente dire la sua, per la forma dello Stato in Italia: monarchia o repubblica? “C’è ancora domani”, insomma, nonostante tutti gli ostacoli e gli impicci di quella donna così attenta, indaffarata, generosa, volitiva. Domani per votare. E per costruire, proprio con quel voto, uno dei più importanti passi concreti del ritorno della democrazia in Italia e della piena cittadinanza, proprio per le donne (un processo che non s’è purtroppo ancora concluso). E adesso, c’è ancora domani? Il punto interrogativo riguarda innanzitutto la nostra democrazia, resa fragile dalla sfiducia crescente di moltissimi cittadini (ne abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana) e dall’astensionismo che oramai investe più di metà dall’elettorato, soprattutto tra le nuove generazioni.

Ha fatto bene, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel messaggio di fine d’anno, a ricordare gli ottant’anni della democrazia italiana e la sua forza, contro crisi e tentativi di eversione, terroristici e mafiosi. E ad affidare proprio alle nuove generazioni la difesa dei valori e della regole repubblicane. Così come ha fatto bene, Mattarella, a ricordare i legami che, fin dal tempo della ricostruzione e della ripresa, dopo la fine della disastrosa guerra mondiale e la sconfitta del nazifascismo, hanno legato l’Italia all’Europa: una comunità di destino, una sorte condivisa.

Riecco la domanda chiave, allora. C’è ancora domani, per l’Europa? La domanda si ripete da tempo, dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e poi dal conflitto a Gaza, nel contesto di un drammatico mutamento degli equilibri geopolitici globali e delle fratture delle tradizionali relazioni commerciali internazionali. 

La crisi dei rapporti tra gli Usa ed Europa, i protagonisti di un Occidente come potenza politico-economica-militare e come riferimento di civiltà fondata sui valori della democrazia, dell’economia di mercato e del benessere diffuso, ha lacerato il tessuto di riferimento che ha fatto da pilastro dell’ordine internazionale, soprattutto dopo il crollo del Muro di Berlino e l’implosione dell’Urss. E ha ragione l’editoriale del Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno, 4 gennaio) a ricordare l’Atlante Geopolitico 2025 di Ettore Francesco Sequi (uno dei migliori diplomatici italiani) quando sostiene che “il mondo ha smesso di cercare un ordine e non sa ancora convivere con il disordine”.

Le mosse della Casa Bianca sul Venezuela e la riedizione, ancora più sbrigativamente aggressiva  delle “dottrina Monroe” (il Sud America come cortile di casa degli Usa) aggravano il quadro delle tensioni. La diplomazia appare tramontata. Gli stessi infingimenti delle relazioni internazionali in cerca di una pur trasparente patina di legittimità (visti all’opera durante le crisi dell’Afghanistan e dell’Iraq) sono squarciati. Vale la legge del più forte nell’aggressione. E possono ritrovare lustro e gloria i seguaci di quel Carlo Schmitt tanto amato dalle destre del mondo (era caro all’intellettualità nazista) quando proclamava che “il sovrano” è colui che decide “sullo stato di eccezione”, con buona pace dei vincoli e delle regole dei trattati e degli organismi internazionali e della stessa cultura della diplomazia.

Ancora Sequi: “La globalizzazione integra e divide, la tecnologia emancipa e domina, l’interdipendenza unisce e imprigiona. Nessuna potenza governa da sola. Il mondo è una mappa in movimento, un sistema senza architetti”.

Ecco, e l’Europa, la Ue? Può fare l’architetto? Mario Monti, a  lungo commissario europeo, con cauto e documentato ottimismo spiega a “Il Foglio” (2 gennaio) che il 2026 può essere “l’anno dell’orgoglio europeo”, rilanciando riforme, riscrivendo in modo molto più semplice ed efficace regole, riducendo le stupidità burocratiche e soprattutto muovendosi secondo criteri di governance che superino l’unanimismo e dunque gli inciampi del diritto di veto (esemplari i blocchi pro-Putin messi in campo dall’Ungheria di Orban).

Più Europa, ma anche un’Europa migliore, per dirla in sintesi.

Sempre “Il Foglio”, in una meritoria campagna sulla necessità di una riscossa europea, proprio in tempi di turbolenze così accentuate, sostiene che “oltre le politichette, è l’ora di un nuovo patriottismo continentale” (3 gennaio). Un soft power Ue ben definito ed efficace, come spazio di mediazione tra le tensioni, come luogo politico ben diverso dall’aggressività di Trump, dalla violenza di Putin e dalle pretese di egemonia di XI.

Un sogno? Una velleità? O non piuttosto (rieccoci ai richiami di Mattarella), una Europa finalmente soggetto politico forte e autonomo, collegato con gli Usa ma non subalterno alla Casa Bianca? L’Europa dei “padri fondatori”, dei moniti di Thomas Mann, delle lezioni di libertà e responsabilità di Huizinga e Unamuno e degli autori del Trattato di Ventotene, tutto il contrario cioè della dottrina di Schmitt?

A proposito, viene in mente quel “patriottismo dolce” tanto caro, proprio all’inizio degli anni Duemila l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, rilanciando un’idea di Ermete Realacci, presidente di Symbola, (la Fondazione per le qualità italiane). Era il tempo in cui........

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