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Il «grande gelo» con gli Usa che rischia di durare a lungo

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19.06.2019

L’analisi

Il «grande gelo» con gli Usa che rischia di durare a lungo

di Federico Fubini18 giu 2019

Per misurare quanto profonda sia la linea di faglia che si sta aprendo fra l’Unione europea e gli Stati Uniti, basta sfogliare un rapporto pubblicato un paio di mesi fa dal Defense Innovation Board. Questa struttura di consiglieri indipendenti del Pentagono riassume in trentatré pagine gli sviluppi del G5, la nuova tecnologia di comunicazione mobile che supera di venti volte in velocità e portata i migliori sistemi esistenti. «Chi muove per primo guadagnerà miliardi di ricavi, accompagnati da una notevole creazione di posti e dalla leadership nell’innovazione tecnologica», si legge.

Quindi gli esperti del Pentagono passano a descrivere la gerarchia fra i Paesi che si stanno avvicinando all’uso di queste frequenze che trasformeranno quasi tutto: dal traffico urbano, all’intelligenza artificiale nell’analisi dei dati, all’uso della realtà virtuale nelle catene globali di produzione, alla difesa. Prima è la Cina - si legge - seguita dagli Stati Uniti. «Subito dietro» Corea del Sud e Giappone. Gran Bretagna, Germania e Francia sono «seconda classe», obbligate ad adottare le tecnologie della Cina o degli Stati Uniti. Esiste poi una «terza fascia» con Canada, Russia e Singapore, mentre l’Italia resta fuori. Neanche citata. Si sottolinea però che vari alleati europei si stanno rifiutando di escludere i cinesi come fornitori di questa tecnologia.

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È da osservazioni del genere che si intravede come in questa stagione di gelo fra gli Stati Uniti e l’Europa dell’euro esistano almeno due livelli diversi. Il primo passeggero, presto o tardi, perché prodotto dalle provocazioni di Donald Trump; ma il secondo molto più intenso e radicato. Sono passati appena quattro anni da quando Barack Obama telefonò a Angela Merkel per impedire che la Grecia venisse «sospesa» dall’euro, bloccando così una mossa che poteva mandare in pezzi l’unione monetaria. Ne sono passati poco più di tre da quando quel presidente americano dichiarò a Londra la sua preferenza per il «Remain» nel referendum sulla Brexit: «Essere amici significa essere sinceri – disse -. Noi ci stiamo concentrando nel negoziare un accordo commerciale con un grande blocco, l’Unione europea. Il Regno Unito andrebbe in fondo alla fila».

Succedeva poche primavere fa, ma per voltare pagina bastano. Quello di Trump è un universo antitetico. Da molto prima dei suoi attacchi di ieri alla Banca centrale europea, l’attuale presidente parla e agisce come se smembrare l’Unione europea fosse un suo obiettivo strategico. Come se un’Europa più debole rendesse davvero l’America più forte. Due settimane fa a Londra Trump ha dato il suo sostegno a Boris Johnson come prossimo premier poiché questi (per ora) si dice pronto una Brexit rapida e brusca. Gli ha promesso: «Un grande accordo commerciale è possibile, una volta che il Regno Unito si sia liberato delle catene». Non è chiaro invece quale sia stato due giorni fa il messaggio del vicepresidente Mike Pence e nel segretario di Stato Mike Pompeo a Matteo Salvini, ma il vicepremier è uscito dai suoi incontri di Washington sempre più deciso a sfidare le regole di bilancio europee. Del resto anche quando Giuseppe Conte andò alla Casa Bianca nel luglio scorso, Trump promise vagamente al premier sostegno finanziario se l’Italia avesse avuto problemi per aver violato il Patto di stabilità.

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© Corriere della Sera