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La sfida tra le due Napoli

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22.07.2020

Mia nonna abitava con mia zia in vico I Santa Maria Avvocata a Foria, oggi via Peppino De Filippo. Era ischitana e, dopo la morte prematura del marito, lasciò Serrara e venne a Napoli distribuendo le tre figlie in famiglie che avevano bisogno di cameriere. Ricordo bene quel palazzo, e anche quella casa al primo piano, bellissima, con soffitti alti, stanze grandi, corridoi esagerati, mobili importanti (ne custodisco gelosamente un pezzo, una scrivania che uso con amorevole prudenza), balconi sulla strada e sul cortile, un terrazzo dal quale si accedeva a un meraviglioso giardino pieno di fiori e soprattutto di frutta, e una cantina. Vi abitava un avvocato che accoglieva spesso in casa il fior fiore delle professioni e della cultura liberale della città. Al pian terreno, dunque, nel cortile, viveva — si può dire? — il «popolo basso». Chiassoso a tratti e rispettoso, famiglie numerose, vita più fuori che dentro casa, sicché il loro lavoro era evidente a tutti. Quel lavoro anni dopo lo vidi fare al piano di sopra a mia nonna: i guanti, per capirci, perché Napoli, come Philip Roth ci ha ricordato nella sua «Pastorale americana», ne era la patria.

Ai piani superiori — a quel tempo senza ascensori la scala sociale era a suo modo abbastanza rigorosa — stavano i napoletani di mezzo, piccolissima, piccola o media borghesia, che guardavano dall’alto con un po’ di invidia quelli del primo piano e con un po’ di alterigia il popolo del cortile.

La Napoli stratificata nel palazzo e separata non solo per i........

© Corriere del Mezzogiorno


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