La politica cambia le regole, ma non cambia se stessa.
Da mesi il dibattito politico italiano dedica un’attenzione straordinaria alla riforma della legge elettorale, definitivamente approvata l’8 ottobre dalla Camera. Un argomento certamente importante per il funzionamento delle istituzioni, ma la cui centralità nel confronto pubblico appare quantomeno singolare in un Paese alle prese con salari insufficienti, difficoltà di accesso alle cure, perdita del potere d’acquisto, scarsa produttività e giovani che continuano a cercare altrove opportunità di lavoro e di vita.
Non è in discussione il diritto del Parlamento di modificare le regole elettorali. È piuttosto la gerarchia delle priorità politiche a meritare qualche riflessione e c’è una circostanza che rende questa vicenda particolarmente interessante, per non dire paradossale.
Appena un mese fa, il governo Meloni ha celebrato il primato di longevità nella storia della Repubblica, superando i 1.412 giorni del secondo governo Berlusconi. Un risultato rivendicato con soddisfazione dalla maggioranza come dimostrazione della stabilità finalmente raggiunta.
Ebbene, quel governo è nato proprio grazie alle elezioni svolte con la legge che oggi si è deciso di sostituire. Viene allora spontanea una domanda: che cosa aveva di così inadeguato quella legge, se ha consentito la formazione del governo più........
