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Byung-Chul Han e la salvezza del bello (dalla dittatura dei like)

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21.02.2026

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Home » Cultura » Byung-Chul Han e la salvezza del bello (dalla dittatura dei like)

Byung-Chul Han e la salvezza del bello (dalla dittatura dei like)

Ho avuto tra le mani un piccolo libro, regalo di nostra figlia al padre per il suo compleanno, La salvezza del bello, recentemente ripubblicato in Italia. In un mondo colpito da conflitti, guerre, scene di sofferenza e di violenza la bellezza potrebbe apparirci infatti una via di consolazione e di fuga. In verità l’autore di questo saggio Byung-Chul Han, filosofo coreano che vive e lavora in Germania dove è particolarmente seguito per i suoi numerosi e stimolanti contributi , prende questo importante aspetto della nostra vita, il bello, che tutti ricerchiamo in noi e negli altri, negli oggetti o nel paesaggio che ci circonda, e generosamente ci accompagna a riconoscerlo nei contesti che siamo soliti frequentare, spesso senza soffermarci sui processi che sono in corso. Al lettore si offre l’opportunità di sviluppare un pensiero critico e una sempre maggiore consapevolezza di sé, che riguardano in particolare la nostra vita relazionale e i legami sociali che ci impegniamo a costruire.

Byung-Chul Han, o della difesa del bello maltrattato dai like

Lo scritto di Byung-Chul Han colpisce subito per la severità con cui rimprovera la nostra società, che si permette di maltrattare il bello, rendendolo un “bene” consumistico ed effimero, il bello dei like. Nei social che invadono le nostre vite non serve infatti articolare un pensiero per manifestare il proprio gusto, basta scrivere “mi piace”. Il mi-piace, dice il filosofo, «non permette alcuna estraneità, alcuna alterità, in questo suo manifestarsi il soggetto incontra solo se stesso».

Byung-Chul Han parte dunque da una dura critica sociale, per poi però arrivare a incontrare il bello non strumentale, il bello che eleva l’animo, che porta a ricercare dentro di sé il senso più profondo e allo stesso tempo più alto della vita. Il genere di bello che induce a ricercarlo e a generarne dell’altro. È appunto generativo.

È il bello che si confonde, dice ancora l’autore, con l’Essere eterno, la Verità e il senso morale, tutti valori che siamo abituati a guardare con grande rispetto, perché sentiamo che contano nel profondo della nostra vita. E trasformano il nostro modo di guardare il mondo e di leggere la realtà.

Il bello senza senso di Koons e il brutto “pornografico” dei reality

Byung-Chul Han all’inizio della sua trattazione ci provoca, invitandoci ad osservare le opere di successo del famoso scultore Jeff Koons: dei palloncini dalle forme conosciute, un cane, un coniglio, una ballerina… La loro superficie è completamente liscia, non ha lesioni o cesure né un graffio, non c’è il disastro in quest’opera, non c’è la presenza del dolore o della morte. Come invece succede quando in un’opera d’arte c’è qualcosa che colpisce, scuote, interroga chi la contempla.

Le sue opere sono composte di superfici e forme così lisce e scontate che siamo subito spinti a toccarle, annullando la distanza tra l’osservatore e l’oggetto (quella distanza che esiste tra l’opera d’arte e chi la contempla). Di fronte ad esse non siamo stimolati a una riflessione o a esprimere un giudizio, esse provocano invece una gioia infantile, uno stato di leggerezza, di euforia quasi. Jeff Koons, l’artista, lo dice apertamente: «Lavoro con un materiale riflettente, rispecchiante, perché questo rafforza automaticamente nello spettatore la propria sicurezza di sé». Ed è proprio la levigatezza il concetto scelto dall’autore per riconoscere il bello che oggi subito si consuma. Si tratta di una proprietà che procura una sensazione puramente piacevole, non collegata ad alcun senso o profondità, di fronte alla quale ci limitiamo a esclamare “wow”.

Non solo, oggi è consumabile anche il brutto, come avviene con l’industria dell’intrattenimento, con i reality show, come pure con la festa di Halloween. In questi momenti manca qualsiasi negatività capace di provocare pensiero o una crisi esistenziale, tutto viene levigato a dimensione consumistica, addirittura «pornografica», parola che il filosofo usa per denunciare la piattezza dell’immagine offertaci nella sua nudità, priva di velamento e di mistero. Una forma opposta a quella del bello, differente dall’opera d’arte nella quale avvertiamo un fascino segreto.

Il selfie non è mera vanità, ma vuoto interiore

Secondo sant’Agostino Dio stesso maschera intenzionalmente la Sacra Scrittura e lo fa attraverso le metafore: copre la scrittura con il «mantello figurale» – così chiama Agostino la metafora -, per renderla oggetto del desiderio, una parte di significato rimane a noi segreta e ci invoglia a proseguirne la ricerca. E per l’autore, «la tecnica del velamento massimizza il piacere del testo» che scaturisce dall’opera e «fa della lettura un atto d’amore».

Anche la mania del selfie, dice ancora Byung-Chul Han, è un fenomeno del nostro tempo attraverso cui ci illudiamo di raggiungere la bellezza, da cui però otteniamo un bello consumistico. Da questa immagine spariscono lo sfondo e, quindi, il mondo di riferimento della persona, compresa la negatività e il dolore che sono presenti nella sua esperienza e nella natura. Il selfie non va interpretato tanto come segno di vanità quanto piuttosto come segnale di vuoto interiore; indica perlopiù la ricerca di una immagine con cui potersi identificare, che possa dare al soggetto una identità stabile. Non esiste il volto, lo sguardo, piuttosto la faccia, piana nuda (in questo senso “pornografica”), che mira semplicemente a ricevere un like, vuole soltanto piacere, e non scuotere.

Scuote invece l’opera d’arte, anche nella forma della fotografia, che è bella per la profondità che trasmette attraverso le ombre o l’opacità del proprio velo. Si può dunque dire che l’essenza del bello ha bisogno anche della debolezza, della fragilità, della frammentazione che è propria dell’umano.

Il digitale, un indistinto all’opposto del bello

Se entriamo poi nel mondo digitale, ci accorgiamo che questo è il luogo delle affezioni, dove gli stati d’animo scorrono più veloci dei sentimenti e rendono rapida la comunicazione. Non c’è spazio per l’immaginazione ma per la percezione immediata, che provoca eccitazione e stimoli, incapaci però di maturare un linguaggio e una struttura di pensiero.

Ecco che allora ci rivolgiamo ai dati, perché loro sì che parlano chiaro e tondo, dati che devono essere trasparenti perché l’informazione e la comunicazione, possano dirsi credibili. I dati infatti non si servono di alcuna metafora o velamento. La datità è nuda. Con la moltitudine di dati raccolti posso dare, è vero, una grande quantità di informazioni utili, ma perché queste ultime si trasformino in conoscenza, occorre che la persona intervenga con creatività e spirito, dimensioni che però non appartengono all’ordine digitale.

Il mondo digitale è come un mare senza confini e senza una forma, un indistinto che è all’opposto del bello. Il bello al contrario vive dei legami tra i diversi elementi che lo compongono. È inoltre concreto. Come la terra che ha i suoi recinti, delimitazioni e fortezze, che vive dei vincoli, dei legami delle famiglie e delle stirpi, del vicinato, delle proprietà e pure del potere.Diversamente dal passato, che ha visto per secoli la bellezza associata alla sfera della moralità e del carattere, oggi il bello si lega principalmente all’aspetto sexy (sexyness) del corpo, specie femminile, sessualizzato e commercializzato, levigato appunto. Così è di moda la pelle depilata, il corpo depilato, l’ossessione per la pulizia e l’igiene, segni di una società che tende a rifiutare ogni negatività e imperfezione.

Stare-dimorare davanti al bello, con la speranza di sant’Agostino

Tutti questi aspetti sono di stimolo a ripensare il bello non solo nella dimensione estetica, ma a prolungarlo nella vita etica, e in quella conseguente della responsabilità politica. È sconsolante doverci accorgere che non siamo capaci di dialogo. Che spesso prevalgono manifestazioni di stati d’animo eccitati, emozioni fuori controllo, fino a situazioni di violenza, mentre i sentimenti hanno poche possibilità di esprimersi e di narrare. I sentimenti hanno bisogno di un tempo più agiato, di una propria durata, che l’urgenza degli impulsi emotivi non consentono. D’altronde sono i sentimenti a permettere il dialogo, la simpatia, la compassione, quelle disposizioni dell’animo senza le quali l’umanità non può vivere in pace.

L’arte è allora un linguaggio potente, può diventare un contenitore prezioso di sentimenti che la contemplazione dell’opera (d’arte), da intendersi pure come il bello vero che riconosciamo nella nostra vita, ci offre la possibilità di attivare. Stare-dimorare davanti al bello è un dono che possiamo fare a noi stessi. È un tempo per noi che apre a un dialogo con la nostra interiorità, un dialogo dalle impensabili ricadute nella vita degli altri; prendersi il tempo per farlo rivitalizza la forza che ci serve per rinsaldare i legami importanti. E senza legami la società si disgrega.

Questo è il senso del bello che salva, nel quale possiamo cristianamente riporre la speranza nella nostra vita e nel futuro della nostra società. Si tratta di quella speranza di cui sant’Agostino ci parla già dal III secolo, che è stata anche al centro della bella lectio magistralis tenuta nel novembre scorso dal filosofo Massimo Cacciari, invitato a Montecitorio presso la Camera dei deputati. Sant’Agostino ci sollecita a vivere e a operare per il bene comune con quella speranza che è a fondamento dell’antropologia cristiana. È così possibile costruire La città di Dio, che è una città peregrina, quindi non fissa, non statica, una città che ci chiede di fare una scelta: tra restare fermi e comodi nelle proprie abitudini, credenze o nelle mode che la società diffonde, oppure camminare con la grazia di Dio e con speranza rinnovata verso il futuro. Un impegno e una responsabilità grandi che abbiamo oggi anche nei confronti delle giovani generazioni.

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