Perché Aliyev in Azerbaigian non fa la fine di Maduro
Il dittatore petrolifero Aliyev non verrà detenuto né rapito insieme alla moglie, vicepresidente dell’Azerbaigian; non subirà le sanzioni, le ritorsioni o le messinscene morali che l’Occidente riserva ad altri regimi non allineati, come quello del presidente venezuelano Maduro.
Ad Aliyev, invece, è stato ed è tuttora concesso tutto: commettere crimini di guerra in piena impunità (2020), orchestrare un blocco disumano durato nove mesi contro la popolazione armena dell’Artsakh, portare a termine una pulizia etnica (2023) e, infine, concedere un’amnistia ai criminali più feroci (2025) – ironicamente proprio coloro che hanno partecipato alle violenze contro gli armeni.
Aliyev e l’impunità garantita grazie al petrolio
Gli è stato permesso premiare un assassino come Ramil Safarov e, allo stesso tempo, infliggere condanne pesantissime, degne di un sistema di presa in ostaggio, a prigionieri armeni detenuti da anni nelle carceri di Baku. Il tutto nel silenzio complice delle cancellerie occidentali. E non parliamo nemmeno della distruzione sistematica del patrimonio cristiano armeno rimasto nei territori dell’Artsakh occupati dalle forze azere: un vero e proprio genocidio culturale consumato sotto gli occhi di tutti.
Queste barbarie sono tollerate perché, a differenza di Maduro – colpevole di aver osato (quasi) nazionalizzare le risorse del proprio Paese – il petrolio azero viene diligentemente servito all’Occidente, ingoiato dalle multinazionali come la Bp, convogliato attraverso il gasdotto Tanap, che giunge alla Puglia, e il tutto saldamente cementato da decenni di “diplomazia del caviale”, raffinata fino a diventare un’arte della corruzione politica.
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