Se fallisce la strategia del calorifero
Quella che segue è la prima puntata di “La borsa e la vita”, la nuova newsletter settimanale di Alan Patarga riservata agli abbonati di Tempi: la notizia economica più importante della settimana spiegata e commentata in termini semplici, popolari, tempisti. Questa volta la regaliamo a tutti i nostri lettori. Abbonati per continuare a riceverla ogni venerdì.
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«Le stime del governo indicano che potremmo renderci indipendenti dal gas russo nel secondo semestre del 2024». Così parlava l’allora premier Mario Draghi, nell’informativa alle Camere sul conflitto in Ucraina da poco deflagrato. Dalla fine del 2021, l’Italia ha lavorato alacremente a una strategia di sganciamento da Mosca che ha portato ai risultati sperati: da una quota di import intorno al 40 per cento, siamo scesi praticamente a zero nel 2025. Un traguardo ottenuto tutt’altro che a buon mercato: perché gli altri fornitori, consapevoli di essere l’unica alternativa per il soddisfacimento del nostro fabbisogno energetico, hanno fissato prezzi al rialzo. E perché per consentire l’importazione di parte di quegli idrocarburi c’era bisogno di mettere in piedi un’infrastruttura non meno costosa.
Un solo esempio: le tre navi rigassificatrici strappate ad altri paesi altrettanto bramosi di accaparrarsele – la Golar Tundra ormeggiata per partire a Piombino, la Bw Singapore di Ravenna e la Golar Artic di Portovesme – hanno comportato un investimento di circa un miliardo di euro. Costi da capogiro per consentire la trasformazione e dunque la distribuzione lungo la rete nazionale del gas naturale liquefatto (Gnl) acquistato a sua volta a peso d’oro dai nuovi “spacciatori” di energia, dal Qatar agli Stati Uniti, mentre Norvegia e Algeria continuano a garantire gli approvvigionamenti di metano via tubo.
Cambia il........
