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Gasparri: “Se la premier ti chiede di dimetterti, allora è un atto dovuto”

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26.03.2026

Saniela Santanchè, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri

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Roma – “Dopo. Il giudizio di merito viene dopo”. Prima, nella ’consecutio temporum’ di Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia in Senato, c’è un altro assunto: “Se il presidente del Consiglio ti chiede di dimetterti, lo fai”.

Gasparri, Santanchè alla fine si è dimessa, ma dice di essere innocente. Se fosse un errore?

"La vita è lunga. Daniela avrà tutto il tempo per dimostrare le proprie ragioni. Intanto c’era una gerarchia da rispettare”.

"Un dibattito sulla fiducia sarebbe stato paradossale. Ha fatto bene a cedere: anche se si ritiene che non sia giusto, di fronte a un pronunciamento così elevato non si può che prenderne atto e rispettarlo”.

Meloni è stata troppo dura?

"Un premier deve farsi carico di tanti problemi e doveri, sia in sede interna che internazionale, e a questo ci aggiunge la capacità di raccogliere e mantenere un forte consenso: ce lo ha Giorgia come in passato lo ebbe Berlusconi. Dunque il suo messaggio alla Santanchè è stato: faccio tanti sacrifici per il mio ruolo, ma ho bisogno che tutti agevoliate il mio impegno”.

Per Santanchè è una sentenza di morte politica?

"Non lo è mai, per nessuno. Ad oggi le sue dimissioni sono state ritenute necessarie. Poi, ripeto: ci sarà tempo e modo per dimostrare le sue ragioni”.

La domanda maliziosa è: se avesse vinto il Sì, sarebbe successo uguale?

"Forse l’esito del referendum ha velocizzato la cosa. Certo è che, per prendere ogni decisione, si è attesa la conclusione del voto”.

Altra malizia: il governo oggi è più debole?

"Non credo affatto. Di certo Meloni ha guardato al futuro: per ambire a bissare, al termini di questi 5 anni, qualche correzione andava fatta. Le vittorie, come le sconfitte, non sono in eterno: vanno coltivate”.

Parliamo di referendum. È stata una doccia fredda?

"Lo è stata, mi lasci dire, in primo luogo per I sondaggisti, che fino alla fine hanno detto: più gente vota e più cresce il Sì. Una cantonata pazzesca. Lei ha letto autocritiche? Io no. I politici quando sbagliano chiedono scusa. Loro si ritengono impuniti”.

In pubblico, a ridosso del voto, avevano smesso di esporsi.

"Ma in privato lo hanno fatto eccome! Hanno continuato a fare previsioni sbagliate, facendosi pagare profumatamente. Prima o poi queste cose verranno fuori”.

Si riconosce nelle analisi che vedono gli elettori di Forza Italia in fuga dal Sì?

"Ecco un’altra castroneria. L’altro giorno è stato detto che il 18% degli elettori di Forza Italia ha votato per il No. Peccato che una forbice del 10% di movimento dell’elettorato interno sia stata riconosciuta a tutti i partiti. E c’è un altro dato: Forza Italia non ha tutti quei voti che gli imputano di aver perso non li ha: oggi siamo tra l’8% e l’11%, Un elettorato meno ampio ma più fidelizzato. Insomma, i conti non tornano”.

Senta: un po’ di autocritica su come è stato gestito il referendum?

"Del senno di poi sono piene le fosse. Gli eccessi, se è a quelli che si riferisce, ci sono stati da ambo le parti fino a equipararsi. Dall’altro lato il dilemma rimane: bisognava lasciare la discussione sul piano tecnico-giuridico o politicizzare di più? Ci sono tesi a favore di entrambe le opzioni. Il dibattito è ancora aperto”.

La riforma della giustizia verrà mai più riproposta?

"Le mie posizioni rimangono identiche: fosse per me la riproporrei domani. Ma obiettivamente non è più all’ordine del giorno. Ci sono tanti temi economici e sociali nell’agenda dell’ultimo anno di governo. Serve riconoscere le priorità”.

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