Il cuore ‘bruciato’ sul bambino di Napoli e il chirurgo della task force: “Situazione delicatissima. Quando è possibile il trapianto”
Torino, 17 febbraio 2026 – Come vuole tornare a casa dal consulto di Napoli sul bimbo di due anni e mezzo a cui è stato trapiantato un cuore ‘bruciato’?
"Con la serenità di aver preso una decisione per il bene del bambino. Qualunque essa sia. Tra specialisti, cercheremo di trovare una visione comune”.
Parte da qui Carlo Pace Napoleone, 59 anni, direttore della Struttura complessa di cardiochirurgia pediatrica e delle patologie congenite all’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, nel pool di luminari convocati domani per il maxi consulto.
“Nessuna, andiamo e vediamo. Abbiamo notizie dai giornali. L’unico bollettino ufficiale è quello espresso dal Bambino Gesù. La famiglia, l’avvocato, l’ospedale non l’hanno presa bene. Quindi andiamo fisicamente a vedere il piccolo, a studiare i dati. Sulla base di questo, ci esprimeremo”.
Le valutazioni mediche finora sono state agli antipodi. Trapianto sì e no: com’è possibile?
“Un parere esterno spesso è più obiettivo perché analizza le cose senza il coinvolgimento emotivo. Di certo la cassa di risonanza mediatica non fa bene a un’analisi oggettiva. Noi dobbiamo pensare per prima cosa al bambino. Subito dopo a cosa significa trapiantare uno dei pochi organi disponibili da donazione a un bimbo e nello stesso momento toglierlo a un altro. Non è un problema di soldi, è che ci sono poche donazioni”.
A questo link le info sul Centro nazionale trapianti
E questo come si traduce?
“Abbiamo il dovere morale di fare l’intervento su un bambino che possa beneficiarne il più possibile. Cosa da tenere bene in conto quando si decide se operare o no un paziente. Per questo la selezione per entrare in lista è molto puntuale, molto attenta. Proprio perché dobbiamo dare il cuore a chi è in grado poi di utilizzarlo al meglio. Se invece lo trapiantiamo a chi probabilmente non sopravviverà, vediamo morire il paziente stesso e insieme anche un altro bimbo che avrebbe potuto ricevere quell’organo”.
La premier Giorgia Meloni ha parlato con la mamma del piccolo, le ha assicurato: sarà fatta giustizia. Il cuore ‘bruciato’ lascia sgomenti anche pensando alla famiglia del donatore.
“In Italia ogni anno si fanno sui 22-25 trapianti pediatrici, ci sono 55-60 pazienti in lista d’attesa, sotto i diciott’anni. Noi abbiamo eseguito tre interventi su neonati, con pochi giorni di vita”.
Quante possibilità di buona riuscita ci sono?
“Più i bambini sono piccoli e più gli interventi vanno bene. Perché hanno un sistema immunitario ancora immaturo, fino ai 18-20 mesi si può utilizzare un organo che non è compatibile con i gruppi sanguigni, bisogna guardare solo la compatibilità di peso. In poche parole, possiamo imbrogliare il sistema immunitario”.
Si è parlato molto del contenitore usato per il trasporto dell’organo poi danneggiato. Quali sono le possibilità per migliorare un passaggio così delicato?
“Su questo si è scritto tanto. Da un anno e mezzo sono usciti sistemi molto più evoluti, che permettono di controllare la temperatura. Non so che tipo di contenitore sia stato usato al Monaldi, presumo sia di quelli utilizzati negli ultimi trent’anni. Alla fine a proteggere è il ghiaccio”.
Una persona può essere tentata di pensare: perché donare se poi un organo viene danneggiato?
“E questa è una tragedia, una vera tragedia”.
Come si convince quella persona che non è così?
“Basterebbe guardare i dati pubblicati dal ministero della Salute sui trapianti, sui centri e sui risultati”.
Il maxi consulto sarà anche un’occasione per migliorare il sistema?
“Sicuramente s’impara dagli errori, che devono sempre insegnare qualcosa”.
Dovete prendere una decisione terribile.
“Anche perché non si capisce una cosa: noi andiamo lì e diamo il nostro parere. Ma poi chi lo mette in pratica? Questo non è chiarissimo”.
Ha avuto la tentazione di rifiutare?
“Se avessi potuto non ricevere questa richiesta, sarei stato più contento. Non è una bella cosa andare lì, cercare di trovare una soluzione, anche dare un giudizio su colleghi che si trovano in grande difficoltà. Tutti siamo coscienti che nessuno di noi vuol fare il male dei pazienti, tutti cerchiamo di fare il massimo per aiutarli. Purtroppo il nostro lavoro è molto difficile, a volte le cose vanno bene, a volte vanno male. Il trapianto nell’adulto e nel bambino non è come cambiare le pile a una radio. Si dà tutto per scontato ma è un intervento estremamente delicato, con un percorso estremamente complesso”.
