Bob Dylan a Milano spegne gli smartphone e riaccende la memoria
Telefoni inutilizzabili, luci bianche, palco spoglio. Dylan attraversa il tempo e lo fa, come sempre, a modo suo
Il palco è spoglio, le luci bianche. Bob Dylan tiene il cappuccio della felpa tirato su e sta dietro la tastiera. All’Unipol Dome di Milano, l’occhio deve accontentarsi di questa figura e dei musicisti che la circondano. La felpa introduce un dettaglio ostinatamente quotidiano nella solennità dell’appuntamento: per incontrare Dylan occorre accettare anche il poco che concede alla vista.
Dylan fa quello che gli pare. Decide cosa suonare, rimette mano agli arrangiamenti, stabilisce la distanza da tenere con la sala. Le canzoni abitano ormai la memoria di chi le ascolta; il loro autore continua a considerarle modificabili. A ottantacinque anni si prende ancora questa libertà, compreso il rischio di scontentare chi vorrebbe riconoscere subito il proprio Dylan.
Anche il divieto dei telefoni cambia le condizioni dell’incontro. La tentazione di registrare viene disinnescata all’ingresso. Per una sera bisogna affidarsi alla propria attenzione,........
