Lasciare il coro
«L’ho udita la voce, l’ho udito l’urlo
Della sventurata donna di Colchide,
che non si dà ancora pace.
Coraggio, vecchia, parlamene!»
Nella traduzione di Angelo Tonelli, questi sono i versi con cui fa il suo ingresso sulla scena il coro nella Medea di Euripide. Entra rivolgendo il suo canto alla nutrice che ha aperto la tragedia filando a ritroso gli accadimenti passati che hanno portato «la mia padrona, Medea» a navigare «con l’animo sconvolto dall’amore per Giasone». Se la nave Argo non fosse partita, dice tra sé e sé la nutrice, e se addirittura il pino che è stato segato e sgrezzato non avesse fornito i remi ai navigatori, la sua padrona non avrebbe commesso tutti i delitti di cui la sappiamo responsabile; ma è proprio attraverso quest’incipit della nutrice retoricamente acutissimo, accessibile a chi conosca in profondità la natura umana e le sue dinamiche, che Euripide vuole animare la nostra partecipazione alla tragedia e dare una direzione alla prospettiva attraverso cui la leggiamo o ne siamo spettatori: Medea non è malvagia, ma è stata messa su un destino malvagio dal Fato, che, per compiere il suo disegno imperscrutabile, ha permesso al pino di fornire i remi e ad Argo di volare per mare fino alla Colchide.
Così, dopo il lamento della nutrice e quello di Medea, che desidera per sé «una folgore [che le trapassi] la testa», il coro, pieno del suo dolore, chiede a «Zeus, e Terra, e Luce» se abbiano udito «il grido che intona la sposa sventurata» e si adopera per non lasciarla sola nel suo tormento, il cui impeto «non conosce misura».
Nel corso dei secoli, il coro vedrà cambiare sensibilmente la sua funzione e quindi il peso della sua presenza: arriverà a sparire, poi tornerà sul palco, ma non sempre prenderà parte attiva allo svolgimento del dramma: in alcuni casi si limiterà a offrire delle chiuse filosofiche, etiche o morali. E Manzoni, nell’Adelchi, lo impiegherà per esprimere il suo personale punto di vista e le sue proprie riflessioni; poi sparirà di nuovo. Ma nella Grecia classica, il canto del coro delle tragedie e delle commedie è di importanza decisiva essendo ciò che dà corpo alla voce della cittadinanza o di una parte molto rilevante di essa: incarna le donne di Corinto in Medea, i vecchi di Tebe in Antigone, che Sofocle mette dalla parte di Creonte così da farci sentire tutta la solitudine che, unita allo strazio per la morte dei suoi due fratelli, «uccisi nello........
