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Un 17 maggio ancora necessario?

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17.05.2026

A continuación, puede leer este artículo también en español

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È il 17 maggio del 1990 quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità elimina l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali.

Il 17 maggio diventa così una data storica, “la Giornata Internazionale Contro l’Omotransfobia”: una data che ricorda un atto di umanità, necessario e, da troppo tempo, dovuto; un atto che segna un passaggio storico nel riconoscimento della dignità e dei diritti delle persone omosessuali, fino ad allora osteggiate, denigrate e trattate come malate e passibili di “cure”. La giornata, quindi, diventa una ricorrenza con l’obiettivo di promuovere il rispetto dei diritti delle persone LGBTIQ e contrastare discriminazioni, violenze e discorsi d’odio legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere.

Un atto fondamentale e un punto di partenza importante per la comunità LGBTIQ ma che, com’è evidente, non ha cambiato in forma sostanziale la percezione delle diversità, che ancora troppe persone continuano a percepire come una malattia e una forma di anormalità e che, di conseguenza, continua a provocare vergogna, sofferenza, morte.

A quasi 40 anni da quella storica data, gli esempi di omotransfobia provenienti da qualsiasi ambito, sociale, politico, educativo, sportivo, lavorativo, istituzionale sono innumerevoli anche nei Paesi in cui il percorso di riconoscimento della diversità è stato sostanziale e profondo; questo sentimento continua a generare, nel migliore dei casi, diffidenza e mancanza di empatia, ma anche esclusione sociale, torture fisiche e psicologiche e morte.

Ancora oggi, l’omosessualità è perseguitata come un crimine in più di 60 paesi al mondo e in 11 è punita con la pena di morte. Si tratta di una realtà che interpella tutti noi, in quanto persone, essere umani, che condividono un diritto fondamentale come quello alla vita. La situazione che vive la comunità LGBTIQ in questi paesi è terribile ma vi sono paesi, anche europei, in cui pur non essendoci formalmente delle leggi che criminalizzano l’omosessualità, la pressione sociale è così forte da non permettere di poter vivere la propria vita allo scoperto, con naturalità. In questi casi, non sono necessarie leggi dello Stato, sono sufficienti le pressioni familiari e sociali: quelle che portano le persone omosessuali a dover vivere, ancora oggi una doppia vita, una vita nascosta o a doversene andare dal proprio Paese.

È di qualche giorno fa il rapporto di ILGA-Europe – l’Associazione Internazionale di Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans e Intersessuali con status partecipativo del Consiglio d’Europa e con l’obiettivo di difendere e promuovere gli interessi della comunità LGBTIQ – sullo stato dei diritti umani delle persone LGBTIQ nei 49 paesi Europei. Un rapporto basato su numeri, legislazione, e politiche che promuovono l’inclusione della comunità.

In quest’ultimo rapporto – la Rainbow Max (mappa arcobaleno) – la Spagna si è classificata, per la prima volta, primo Paese proprio grazie alle politiche inclusive adottate in modo molto efficace dai vari governi socialisti e di coalizione progressista negli ultimi 20 anni. Il rapporto spiega che “il governo ha seguito i suoi impegni stabiliti nelle leggi LGBTI e trans del 2023 adottando piani d’azione per l’uguaglianza per i diritti LGBTI e trans, istituendo un’autorità indipendente per la parità di trattamento e attuando pienamente la depatologia delle persone trans nel sistema sanitario.”

La Spagna è stata tra i primi paesi ad introdurre una legislazione che ha reso i cittadini e le cittadine uguali davanti alla legge (tra le leggi più note il matrimonio egualitario, il reato di omotransfobia e la recente legge trans), ma, ciononostante continua a registrare molti casi e denunce di eventi d’odio, aggressioni ed omicidi di natura omotransfobica.

Questi fatti indicano chiaramente che nonostante gli sforzi provenienti dalle istituzioni, è necessario continuare l’opera di promozione dell’inclusione e di visibilità della comunità queer, affinché........

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