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Drill, baby, drill

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28.09.2026

Ci vuole fiuto. E peccato se per la sinistra puzzano di fango bagnato da oro nero. Ci sono uomini (e imprenditori) che il cinema ha raccontato come se avessero qualcosa da farsi perdonare. Troppo ricchi, troppo ambiziosi, troppo potenti. Uomini che scavano, trivellano, comprano, rischiano, accumulano. Il petrolio, poi, è quasi sempre il peccato originale. Nero, vischioso che profuma di denaro e di potere. Da Il Gigante a Il petroliere, passando per tutta la grande epopea americana del petrolio, il cinema ci ha consegnato una galleria di uomini disposti a sporcarsi le mani pur di conquistare un pezzo di futuro. James Dean che attraversa il Texas con il vento della frontiera alle spalle. Gregory Peck che nel Il petroliere di George Stevens si muove dentro un’America ancora convinta che la ricchezza possa essere costruita dal nulla. E poi Daniel Plainview, il Daniel Day-Lewis di There Will Be Blood, il lato oscuro, quasi mostruoso, di quella stessa cavalcata.

Il cinema li ha spesso giudicati. Ma almeno una cosa l’ha capita: dietro ogni barile di petrolio c’è una storia di rischio, capitale, infrastrutture, lavoro, fatica e capacità industriale. E soprattutto c’è un pezzo di quella cosa molto poco cinematografica che chiamiamo caccia ai soldi. Oggi il paradosso è tutto italiano. Quei brutti, sporchi e cattivi petrolieri che per decenni abbiamo........

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