L’ultimo atto del teatro dell’assurdo
Mentre le luci di Natale si spengono con una freddezza che nulla ha a che fare con il gelo invernale, l’Italia si riscopre incastrata in un copione kafkiano, dove il buonsenso è andato in esilio e la coerenza è diventata un reperto archeologico.
QUEL “SÌ” STROZZATO IN GOLA
Partiamo dal basso o, meglio, dal coro. C’è qualcosa di profondamente grottesco nel diktat che vorrebbe vietare di concludere l’Inno di Mameli con quel liberatorio, fragoroso “Sì!”. In un Paese dove si tollera tutto ̶ dall’evasione fiscale creativa al degrado urbano ̶ ci riscopriamo improvvisamente puristi della partitura.
Ci dicono che quel “Sì” non è scritto nel testo originale di Novaro e Mameli. Certo. Ma è scritto nel cuore di un popolo che, almeno per quei tre minuti, cerca di sentirsi comunità. Toglierlo non è un atto di rispetto filologico; è l’ennesima piccola castrazione simbolica. Ci........
