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Il presidente Confindustria: "E’ un asset strategico per attrarre talenti qui. Nel segno di Giorgio Fuà"

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14.03.2026

Diego Mingarelli, presidente di Confindustria Ancona

Un evento così importante come la candidatura di Ancona a Capitale della Cultura 2028 non poteva non avere tra i suoi partner Confindustria, visto che l’iniziativa coinvolge inevitabilmente il tessuto economico-imprenditoriale della città, e dell’intera regione. Ne è ben consapevole Diego Mingarelli, presidente di Confindustria Ancona.

Presidente Mingarelli, qual è il vostro ruolo nel ‘dossier’?

"Confindustria ha sostenuto la candidatura perché crediamo che la cultura sia una leva di sviluppo territoriale, un asset strategico per attrarre talenti, investimenti e nuove progettualità. Le imprese marchigiane hanno sempre avuto un rapporto profondo e proficuo con la cultura del fare, con il design e la creatività. Pensiamo alla manifattura, alla nautica, alla moda, al design industriale. Ambiti in cui cultura e impresa si incrociano anche grazie a uno straordinario genius loci. La cultura è memoria e patrimonio ma anche forza che genera futuro. Per questo abbiamo portato nel dossier il punto di vista del sistema produttivo. Per unire cultura, innovazione e impresa".

Ci sono progetti legati alla valorizzazione della tradizione economico-imprenditoriale di Ancona e delle Marche?

"Le Marche esprimono un’originale tradizione economica e culturale, che ha trovato una straordinaria declinazione nel pensiero di Giorgio Fuà e nell’esperienza dell’Istao. Fuà aveva capito che lo sviluppo di un territorio nasce dall’equilibrio tra impresa, conoscenza e comunità. La candidatura può essere l’occasione per raccontare una storia marchigiana di sviluppo diffuso, fatto di distretti, competenze, capitale umano e relazioni sociali".

Quali effetti concreti potrà avere l’eventuale vittoria per le imprese del territorio?

"Innanzitutto una grande visibilità internazionale. Le Marche sono una terra bella e sconosciuta. Una vittoria diventerebbe un moltiplicatore potente per raccontare il territorio e le sue eccellenze. In secondo luogo si rafforzerebbe l’attrattività del territorio per talenti, imprese e investimenti. Uno dei problemi delle Marche è trattenere e attrarre capitale umano qualificato. Molti giovani costruiscono la loro carriera altrove ma un territorio culturalmente dinamico è anche uno spazio più attrattivo per chi deve scegliere dove vivere, lavorare e investire. Infine si possono sviluppare nuove filiere legate alla creatività, al turismo e all’innovazione".

Pensa che la città sarà pronta o individua delle criticità, ad esempio a livello di infrastrutture?

"Le grandi candidature accelerano sempre i processi di cambiamento ma alcune criticità restano e riguardano il tema delle infrastrutture e dei collegamenti. Le Marche e Ancona hanno bisogno di rafforzare la loro accessibilità ferroviaria, aeroportuale e portuale. Per questo la candidatura può rappresentare un acceleratore di processi nel campo dei trasporti, della logistica e delle infrastrutture. Quando un territorio ha il coraggio di puntare su un grande progetto, spesso trova pure l’energia per affrontare e superare alcuni limiti storici".

Il suo personale auspicio per il futuro del capoluogo, che da molto tempo attende un reale cambiamento?

"Spero che Ancona ritrovi la piena consapevolezza del proprio ruolo. Storicamente è stata una porta dell’Adriatico, un ponte tra culture, commerci e idee. Deve tornare il punto di connessione tra il sistema produttivo marchigiano, il Mediterraneo e l’Europa: una città aperta, curiosa, dinamica, capace di attrarre persone, progetti e opportunità. Ancona deve conservare il passato guardando lontano. È la premessa ineludibile per vincere la sfida di un futuro che reclama unità e sinergia tra cultura, impresa e qualità della vita".

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© il Resto del Carlino