"L’eterna sfida tra vittima e carnefice"
Federica De Benedittis, che spettacolo è quello di cui a Polverigi si è vista una specie di ‘sintesi’? "Quello del festival è stato solo un ‘assaggio’. Oltre al tavolo a cui sono seduti i due protagonisti c’è una pedana, con dietro una parte su cui vengono proiettati i volti di ‘veri’ desaparecidos. Poi ci sono due porte, da cui entriamo, e da cui in realtà non usciamo mai".
Tutto parte da un libro di Claudio Fava, che però è un ‘saggio-racconto’. "Il libro, che esce in concomitanza con il debutto dello spettacolo, si fa leggere da solo, anche perché è diverso dal testo teatrale. Là ci sono più personaggi. Il copione invece è incentrato sul dialogo tra l’uomo e la donna protagonisti, e non presenta sbalzi temporali".
Chi sono i due personaggi? "Io interpreto una donna di 35 anni la quale scopre che quella vissuta sino ad allora non è la sua ‘vera’ vita. Scopre che quelli che l’hanno cresciuta non sono i suoi genitori naturali, uccisi dai militari del regime di Videla. E suo padre, l’uomo con cui parla nel carcere dove è rinchiuso, è uno di loro. E’ lei che può decidere del suo destino, con una firma. Se lei firma, lui sarà condannato a morte".
Si è parlato di un rapporto più ‘ambiguo’ di quello che la vicenda potrebbe suggerire, di uno ‘scambio di ruoli’. "Lui può sembrare il carnefice, e lei la vittima. Il padre è complice di reati atroci, ma dice che, adottandola appena nata, l’ha salvata. E’ capitato spesso che i bambini dei desaparecidos uccisi venissero presi dai militari che non potevano avere figli. Secondo il padre era una cosa che andava fatta. Lui l’ha fatto per il suo bene. Poi l’ha cresciuta, dandole una vita piena di amore".
E’ il negare questo che rende lei ‘colpevole’? "Il dramma psicologico che vivono entrambi a tratti fa sembrare il ‘cattivo’ meno cattivo di quanto in realtà non sia. Alla fine lei ha anche compassione di questo padre. Ma il finale è aperto. Lei dice: me ne esco da tutto questo, non voglio più saperne niente. Vuole semplicemente riprendersi la sua vita. Gli basta che il padre sia consapevole della sua colpa".
E’ un ruolo di quelli che ‘restano addosso’? "Sì, ed è molto impegnativo, anche a livello fisico. Per fortuna dura solo un’ora... Il tempo giusto per dare tutto noi stessi. Claudio Fava, poi, ci tiene a ogni singola battuta. Ci ha fatti andare a fondo dei personaggi, a scavare dentro le loro menti". Si è preparata dal punto di vista storico su quanto accadde in Argentina? "Sì, mi sono informata il più possibile sull’argomento. Ad esempio ho visto vari film, come il bellissimo ‘Garage Olimpo’ di Marco Bechis, che mi ha davvero ‘toccato’. E’ stata una grande fonte di ispirazione. Alla fine dello spettacolo c’è proprio un’immagine tratta dal film".
Lei ha recitato anche nel ‘Birraio di Preston’ diretta da Giuseppe Dipasquale. Che esperienza è stata? "Sono molto legata a lui, che mi ha dato una bella responsabilità. Gli sono grata, anche per la sua stima, che contraccambio. E’ anche grazie a lui che sto facendo questo mio percorso teatrale".
