L’istituzione forense e il suo vertice Francesco Greco chiedono il ritiro dell’emendamento alla Manovra con il quale si subordina alla regolarità fiscale e contributiva il pagamento dei compensi dovuti ai professionisti destinatari di incarichi pubblici
Come l’anno scorso: stessa spiaggia, la legge di Bilancio, stesso mare, l’attacco del Mef alla giustizia e agli avvocati. Con la Manovra per il 2025 gli uffici del ministro Giancarlo Giorgetti avevano pensato bene di subordinare il prosieguo delle cause civili al versamento integrale del contributo unificato, per poi ripiegare, dopo l’interlocuzione fra avvocatura e governo, sulla richiesta dell’importo minimo di 43 euro (“requisito” finito ora nel mirino della Cassazione). Stavolta il colpo nei confronti delle libere professioni e di quella forense in particolare è mirato con precisione ancora più chirurgica.
È di poche ore fa la formulazione, nell’emendamento con cui l’Esecutivo intende blindare la legge di Bilancio, di una misura che addirittura preclude il pagamento di prestazioni professionali rese nei confronti della pubblica amministrazione. «Può sembrare incredibile», dice al Dubbio il presidente del Consiglio nazionale forense Francesco Greco, «ma è davvero così. A dispetto di quanto la nostra Carta costituzionale sancisce all’articolo 36, secondo il quale ciascun lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità dell’opera svolta, e deve dunque essere sempre pagato. Ebbene, il governo ritiene che, per i professionisti si possa fare un’eccezione: potranno non essere pagati».
Sembra uno scherzo. Non lo è. «È l’ultima versione dell’articolo 129 comma 10 inserito nel ddl di Bilancio, peggiorativo, ed era difficile, rispetto al testo iniziale, già di per sé illegittimo», osserva Greco. «Secondo la modifica predisposta dall’Esecutivo, “il regolare adempimento degli obblighi fiscali e contributivi da parte dei liberi professionisti........





















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