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L'omicidio di Piersanti Mattarella. E quando Giovanni Falcone lasciò Palermo

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06.01.2026

Nel discorso di fine anno, il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ripercorrendo i fatti salienti della storia degli ottant'anni della Repubblica Italiana, ha citato le figure di Giovanni Falcone e Borsellino. Da poche settimane il Gip di Caltanissetta Graziana Luparello ha rigettato di nuovo la richiesta di archiviazione dei pm nisseni per l'indagine sui "mandanti esterni" delle stragi del 1992. E la Procura di Caltanissetta guidata da Salvatore De Luca ha impugnato il provvedimento in Cassazione.

Fu proprio Falcone a spiegare per primo il meccanismo perverso alla base dei delitti politici avvenuti a Palermo tra il 1979 e il 1982, tra cui appunto quello dell’allora presidente della Regione siciliana Piersanti, fratello del nostro Presidente.

Una descrizione che poi è stata usata molte volte per “spiegare” anche lo stesso assassinio di Falcone e di Borsellino, avvenuti 12 anni dopo. Niente di semplicistico come invece lo è stato lo scenario presentato a fine dell’anno scorso dallo stesso Procuratore De Luca davanti alla Commissione antimafia, sulle concause delle stragi che colpirono i due magistrati individuate in sostanza nelle complicità con un sistema di mafia e appalti che c’erano allora nella Procura a Palermo. E questo nonostante De Luca, come Procuratore Aggiunto a Palermo, abbia coordinato un’indagine sull’omicidio Mattarella indagando sulla pista neofascista-mafiosa fino al 2021. Negli ultimi anni (2024-2025) la Procura di Palermo oggi diretta da Maurizio de Lucia, ha riaperto indagini e ha contestato nuovi reati legati alla sparizione di un importante reperto (un guanto) subito dopo il delitto.

Il giudizio di Falcone cui abbiamo fatto riferimento ci viene ricordato nel libro “L’omicidio di Piersanti Mattarella” (Einaudi) dallo storico Miguel Gotor. “Niente è ritenuto innocente in Sicilia, - affermò Falcone allora Falcone - né un alterco fra deputati né un contrasto ideologico all’interno di un partito. Accade quindi che alcuni uomini politici a un certo momento si trovano isolati nel loro stesso contesto. Essi allora diventano vulnerabili e si trasformano inconsapevolmente in vittime potenziali. Al di là delle specifiche cause della loro eliminazione, credo che sia incontestabile che Mattarella, Reina, La Torre erano rimasti isolati a causa delle loro battaglie in cui erano impegnati. Il condizionamento dell’ambiente siciliano, l’atmosfera globale hanno grande rilevanza nei delitti politici, certe dichiarazioni, certi comportamenti valgono a individuare la futura vittima senza che essa se ne renda nemmeno conto. Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere".

Siamo così ritornati alla tarda mattinata del 6 gennaio 1980. Di sicuro Mattarella pagò il prezzo di avere portato avanti una lotta alla mafia determinata e coerente, che lese gli interessi consolidati su cui si basava il patto tra Cosa nostra e il sistema clientelare che faceva capo a una parte influente della Dc siciliana, in particolare a Lima e a Ciancimino, ossia i due referenti politici di Giulio Andreotti in Sicilia. “Al tempo stesso però la traiettoria umana e politica di Mattarella, così legata a quella di Aldo Moro e che pareva destinata a proiettarlo da a poco sotto i riflettori della ribalta nazionale - annota Gotor - accredita l’ipotesi che il movente profondo del suo omicidio si debba ricercare non soltanto in Sicilia ma anche e soprattutto a Roma, ossia dentro una dimensione nazionale del potere. In particolare, all’interno dei gruppi collegati con la P2, i quali si erano già mobilitati nella primavera 1978 per impedire la liberazione di Moro e che avrebbero suggerito come nuovo bersaglio da colpire il presidente della Regione siciliana, proprio mentre egli si trovava sulla rampa di lancio........

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