La lezione di Don Chisciotte: l’utopia del bene per il nostro tempo di guerre senza legge
C’è oggi una ragione in più per leggere il “Don Chisciotte” di Miguel de Cervantes e vedere il film diretto da Fabio Segatori, interpretato da Alessio Boni: il tempo terribile di guerra, e fuori dalla legge, in cui viviamo. Perché il personaggio di Don Chisciotte cavallerescamente incarna l’utopia di chi crede nel bene, e nel fare del bene, anche se il resto del mondo va in senso opposto, e si prende gioco di lui. Perché non trarre dunque un parallelo con un’epoca, la nostra, in cui il presidente più potente del mondo ostentatamente minaccia di riportare l’Iran - culla dell’antica civiltà persiana, millenni prima della nascita degli Stati Uniti d’America – all’età della pietra? Mentre già procede, insieme al suo alleato israeliano, alla distruzione pezzo per pezzo del paese, colpendo scuole, università, ospedali, industrie e infrastrutture, uccidendo e ferendo migliaia di civili? E ignorando con disprezzo la legge internazionale?
Certo, non voglio tirare per i capelli l’ultimo film di Segatori, frutto di una attenta lettura del testo secentesco di Cervantes - 1300 pagine di racconto, considerato il primo romanzo al mondo e fra i primi libri più venduti dopo la Bibbia - e di un vero e proprio distillato di arte e tecnica cinematografica attraverso cinque anni di lavoro. Ma soltanto sottolineare quanto il personaggio di Don Chisciotte della Mancia abbia attraversato in buona salute i quattro secoli trascorsi dalla sua creazione, continuando a rappresentare nelle sue avventure folli e fantasiose quella eterna lotta del bene contro il male, del senso di umanità contro il cinismo dell’avidità e della cattiveria, che continua ad arriva fino a noi.
Ma forse di questo non me ne sarei accorta, se uno smagrito e febbricitante Alessio Boni non incarnasse un cavaliere errante così fragile e toccante nelle sue imprese, così intenso nello sguardo quando si cimenta in ardimentose battaglie contro i mulini a vento veri e quelli metaforici dell’ingiustizia, della violenza e della malvagità umane - per poi ricadere ogni volta a terra, ma sempre stoicamente pronto a rialzarsi dalla polvere e dall’umiliazione. E non me ne sarei accorta se accanto a lui non ci fosse Fiorenzo Mattu nel ruolo di Sancio Panza, attore proveniente dall’entroterra sardo e con un passato da pastore. E quanto mai autentico nelle espressioni e nei gesti di solidarietà con il suo signore, nella fedele partecipazione alle sue sconfitte e sofferenze, in un legame che con il tempo supera ogni divisioni di classe - come quando il nobile e lo scudiero si siedono allo stesso desco sulla nuda pietra, a dividersi le ultime due cipolle rimaste. Intorno a loro un cast di giovani talenti ma anche di nomi eccellenti come Angela Molina e Galatea Ranzi - quest’ultima una duchessa madre capace di guizzanti sfumature nel mostrarsi divisa tra lo scherno verso l’ingenuo cavaliere errante e l’intuizione del tragico universo interiore del personaggio di cui la sua annoiata corte si prende gioco. Quanto a Boni, anche il suo don Chisciotte ha la forza del teatro, visto che l’attore l’ha portato negli anni scorsi sulla scena, ma qui lo rappresenta senza risparmiarsi i segni fisici lasciati da un contesto umano e materiale impietosamente ruvido, arido e ostile.
Alla fine, come sappiamo, Don Chisciotte perderà la partita, e le convenzioni sociali e familiari prevarranno sul desiderio di libertà sua e del fido scudiero, portandolo a lasciarsi morire: non c’è vita e tantomeno libertà se non puoi scorrazzare per il mondo, cercando di rimediare alle ingiustizie per quanto a modo tuo. Non c’è vita se ignori le sofferenze altrui. Un messaggio vero oggi più che mai: se Trump e Netanyahu deliberatamente ignorano il costo umano di tutte le loro guerre interne ed esterne, e se il presidente Usa non ha voluto fermare il suo amico Putin nel conflitto senza fine dopo l’aggressione contro l’Ucraina, allora più che mai ci serve un Don Chisciotte che risvegli le nostre coscienze, e ci richiami al rispetto dei valori della vita, della giustizia e dell’umanità.
Il cinema di Segatori e della Baby Films, piccola casa di produzione indipendente, lo ripropone regalandoci anche inedite e sorprendenti ambientazioni nei paesaggi dell’Alto Ionio, tra i calanchi della Basilicata e i castelli federiciani della Calabria: in luoghi sconosciuti ai più, e cercati con la stessa tenace e certosina cura impressa nel film. Che, dopo la prima nazionale nella selezione ufficiale 2026 del Bif&st Bari International Film&TV Festival, si può intanto vedere in questi giorni a Roma (Cinema delle Province e Nuovo Sacher) e dal 10 e 11 aprile a Milano (Cinema Palestrina) e San Donato Milanese.
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