il disagio emotivo dei ragazzi, l'emergenza da affrontare ora
Dopo il grave episodio avvenuto in provincia di Bergamo, dove uno studente di tredici anni ha accoltellato la propria professoressa, è inevitabile interrogarsi sul fenomeno della violenza giovanile. Lo faccio indossando insieme le vesti di madre, già docente, già dirigente scolastico e oggi da rappresentante politico.
I dati del Servizio Analisi Criminale del ministero dell’Interno sono chiari: nel 2024 i 14-17enni denunciati o arrestati per lesioni personali sono quasi raddoppiati rispetto a dieci anni fa; i casi di rissa sono passati da 433 a 1.021; i minorenni segnalati per porto abusivo di armi sono stati 1.946. Numeri che non descrivono solo un aumento quantitativo, ma anche una trasformazione qualitativa del disagio giovanile.
Il dibattito pubblico in Italia appare oggi fortemente incentrato sull’inasprimento delle misure di contrasto alla violenza. La sicurezza è fondamentale, ma si tratta di risposte emergenziali che non incidono sulle cause del fenomeno, ovvero il disagio profondo, esistenziale, che stanno vivendo i nostri ragazzi. Un malessere che affonda le proprie radici nell’isolamento sociale, aggravatosi nel periodo post-pandemico e con la diffusione incontrollata delle tecnologie digitali. I giovani risultano oggi iperconnessi nel virtuale e, al contempo, sempre più disconnessi dalla realtà. Un disagio che si manifesta in diverse forme: dai disturbi del comportamento alimentare all’autolesionismo, fino a episodi di aggressività. Dietro l’estremizzazione della violenza si cela, spesso, la carenza, nei giovani, di strumenti emotivi e critici per comprendere la realtà e gestire i conflitti. Quando queste competenze mancano, la violenza diventa linguaggio: il modo per esprimere emozioni che non trovano altre forme di riconoscimento.
Ciò richiede allora di investire in percorsi strutturati di educazione alla nonviolenza nelle scuole, per aiutare i giovani a interrogarsi sulla quotidianità e a riconoscere le proprie emozioni; rafforzare i servizi di ascolto e supporto psicologico, sulla scia dell’esempio virtuoso della mia Calabria; e promuovere spazi aggregativi sicuri, anche attraverso la collaborazione con il Terzo settore.
Il fenomeno della violenza giovanile ci chiama a uno sforzo collettivo che non è solo di contenimento, ma di comprensione e prevenzione. Non si tratta di giustificare, ma di capire da dove nasce questo disagio. È una responsabilità educativa che, come adulti, non possiamo delegare. Perché riconoscere un’emozione non significa legittimare un comportamento, ma creare le condizioni affinché quella stessa emozione possa essere compresa, elaborata e trasformata.
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