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Va cambiato tutto. Non solo nel calcio

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02.04.2026

L’ennesima esclusione dai Mondiali di calcio – la terza consecutiva – non è solo una beffa sportiva, ma la metafora di un Paese che non investe sui giovani, che preferisce la scorciatoia al gioco e alla fatica e che, alla fine, resta a guardare gli altri.

Come il nostro movimento calcistico, l’Italia guarda a un mondo che non esiste più.

Basta l’ultimo report ISTAT: siamo sempre di meno e sempre più vecchi. Le stime di crescita economica riviste al ribasso, l’inflazione che sale e salirà ancora. Eppure, ci illudiamo che basti una partita giocata bene o un rigore sbagliato dagli altri per gridare “Siamo ancora i campioni del Mondo”.

La realtà? Una porta in faccia. Non è tempo di lacrime o sangue, ma di sano realismo. Per invertire la rotta servono scelte impopolari: non importa se si cambia il CT in panchina o a Palazzo Chigi, conta ripensare il sistema. Basta con catenacci difensivi delle consuete lobby o simulazioni per far espellere l’avversario: tattiche oramai perdenti.

Ripartiamo dai ragazzi, investiamo sulle nuove generazioni e lasciamo un attimo da parte i vecchi senatori. Il loro mondo è diverso e lontano da quello del 2026: digitali sì, ma bisognosi di reti vere, in carne e ossa, fuori dalle aule.

Sarà la visione dell’assistente sociale, ma questo lo notano tutti: servono prevenzione e supporto sul campo, non solo proclami. Costruire una formazione adeguata e al passo con i tempi, non i programmi scolastici del secolo scorso. Accompagnamento al lavoro dignitoso, non tirocini da fame. Basta trattarli come un campionato separato e parlarne solo come casi di cronaca.

In questo Paese, oramai da tempo, giochiamo invece a difenderci, buttando la palla in tribuna con la scusa “mancano risorse”. È solo questione di priorità. Investire sui giocatori della vecchia guardia o sulle giovanili?

Insistere sul passato è uno schema che impoverisce fasce intere della popolazione, lo dicono i numeri. Continuiamo a raccontarci che l’evasione è un problema, ma ci rifiutiamo di usare strumenti nuovi. Raccontare che il SSN universalistico è da potenziare, anche per chi ha cifre a sei zeri sul conto, ma senza dire che non è più sostenibile con questo quadro demografico.

Peggio: spostiamo risorse per anticipare le pensioni di qualche mese, ignorando che con una popolazione anziana in crescita per i prossimi anni, i soldi su quei capitoli non basteranno mai.

Il risultato? Rinunciamo a ciò che conta per il futuro: innovazione, case accessibili, redditi adeguati, educazione di qualità. Guardate chi gioca le partite vere a livello internazionale, hanno investito e sono cresciuti, sino a superarci. Noi, invece, per anni abbiamo buttato un patrimonio dalla finestra schierando solo veterani.

Qualificarsi ai prossimi appuntamenti costa, richiede scelte dure. Ma non cambiare significa perdere ancora, per inerzia.

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