Ripartire dalla casa per dare un futuro alle comunità delle città
I Romani, se persone eloquenti (eu loquere, con quell’eu che significa bene e dunque distingue gli eloquentes dai semplici loquentes, gente che parla spesso a vanvera, chiacchieroni, personaggi inesatti), amavano esprimersi come Cicerone, Tacito o Seneca, con proprietà di linguaggio ed esattezza. E per nominare quella che oggi chiamiamo “città”, usavano due parole diverse. Urbs, dicevano, per indicare le strutture fisiche, le strade e le piazze, i palazzi e le terme, i templi e i teatri, i mercati e le case. Per indicare invece le persone riunite in comunità, parlavano di civitas, una comunità di cives, cioè di cittadini legati da valori e interessi comuni (spesso non senza conflitti), lingua, abitudini, miti, costumi. E regole.
Distinzione sottile, elegante, tra “urbanistica” e “cittadinanza”. Ma anche indicazione, nelle differenze, di tutti i punti in comune. L’urbs è abitata dai cives ed entrambi interagiscono, nel bene e nel male. Come ci raccontano secoli di civiltà urbana e di domande “civili” (le città belle migliorano le qualità umane, professionali, culturali, dei loro abitanti?). Sino ad arrivare, tanto per citare solo una delle tante pagine di grande letteratura, alla sintesi poetica di Elio Vittorini, ne “Le città del mondo”: “È la città più bella che abbiamo mai vista. Più di Piazza Armerina. Più di Caltagirone. Più di Ragusa, e più di Nicosia, e più di Enna… Forse è la più bella di tutte le città del mondo. E la gente è contenta, nelle città che sono belle… e più la città è bella e più la gente è bella, come se l’aria vi fosse più buona”.
La Sicilia di Vittorini, così come quella di Sciascia e di Pirandello, è metafora d’altre condizioni, altri luoghi, altre tensioni. Ma Vittorini, andato via dalla Sicilia, e poi, dopo un passaggio a Firenze, felicemente vissuto sempre a Milano, di cui è stato uno dei principali animatori culturali, coglie un punto essenziale, nella relazione tra la bellezza dell’urbs e la qualità della vita, tra le funzioni urbane e il complesso delle regole (non solo quelle giuridiche, ma soprattutto quelle civili e di comunità) che ne ispirano, organizzano e guidano la vita in comune.
Ne indica alcune caratteristiche di quella che oggi chiamiamo “attrattività”. E ne mette in evidenza le tensioni, i conflitti, la durezza delle trasformazioni, le ipotesi della speranza e la pesantezza dei vincoli. Il disagio delle periferie rappresentato da Pier Paolo Pasolini. La “vita agra” di Luciano Bianciardi. Le risposte mancate d’una città alle tante aspettative, ricordate da Italo Calvino. E la cupezza criminale della “metropoli delle mille luci” (per citare i romanzi noir di Alessandro Robecchi e Gianni Biondillo, Francesco Recami e Piero Colaprico, buoni successori di quel Giorgio Scerbanenco secondo cui “I milanesi ammazzano al sabato”). Tanto per ricordare solo alcune metafore d’una condizione urbana la cui caratteristica di fondo è sempre un controverso e ruvido rapporto con la complessità, con gli squilibri, con una dolorosa percezione dell’esistenza umana aggravata dalle particolari condizioni urbane.
La “città che sale” tanto cara a una certa retorica (di cui il genio di Boccioni era del tutto innocente) è anche la città che in certi suoi snodi ha l’odore infimo dell’inferno.
Vale la pena ricordarsene, di questo retroterra concettuale e poetico, proprio adesso mentre si allarga, sui media e negli ambienti politici, il dibattito sulle città, concentrandosi sui fenomeni più vistosi (la sicurezza, il costo della vita, le disparità sociali che si ampliano, la difficile integrazione dell’immigrazione: tutti fenomeni gravi, reali, incisivi sulle sensibilità, le paure e i giudizi dei cives, dei cittadini elettori) ma evitando di discutere le ragioni di fondo, tra innovazione e conservazione, che connotano, da sempre, il “fenomeno città”.
Le città, soprattutto nella forma delle città metropolitane, delle “città grandi”, sono organismi vivi, complessi e contrastanti, che subiscono le spinte del mercato ma anche le difficoltà della progettazione e della guida politica. Sono il luogo tipico della modernità, impetuosa e innovativa (dunque per molti versi anomica, insofferente a piani e regole) ma anche l’archivio sensibile della storia, con ceti sociali che invecchiano e prediligono la forma, elegante e carica di memorie, dell’urbs tradizionale.
Milano, la Grande Milano, la città metropolitana, la “città infinita”, ne è un ottimo esempio. È sempre attrattiva, di persone, intelligenze, idee produttive, avanguardie culturali, capitali, imprese, innovazioni, più di altre città italiane, perché è l’unica veramente europea (il resto d’Italia è tutto sommato una grande provincia, che infatti spesso guarda Milano con diffidenza e ostilità, anche se ne subisce la fascinazione). Cresce, per popolazione (grazie anche agli oltre 230mila studenti universitari, la più grande città universitaria italiana) ed è meta prediletta dai “nuovi ricchi” che trovano qui, oltre che una tassazione di favore (200mila euro all’anno e basta più), anche un’eccellente qualità della vita di lusso, tra shopping e club esclusivi. Multinazionali in crescita (il 34% di tutte quelle estere in Italia sono qui). Investitori immobiliari per decine di miliardi.
Ma basta questo? Naturalmente no. Perché il tessuto d’una città non è fatto dalle punte più alte, dai miliardari, dalle “eccellenze” e dai “talenti” più creativi (anche la retorica delle “eccellenze” e dei “talenti” ha fatto i suoi danni, come quella dell’ossessione per le location e per gli........
